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Spero che non torni l’era del Cinghiale in bianco

C’è stato un particolare momento storico di grande prosperità e fertilità. Figli maschi e vitelli grassi scorrazzavano ebbri per i campi, giovenche offrivano volontariamente le loro carni, cavalli di battaglia si dimenavano alla ricerca di un posto in prima fila.
Era l’era del Cinghiale in bianco, un periodo che, probabilmente, non tornerà mai più e, forse, dovremmo augurarci che non torni, visto quello che è accaduto successivamente.
Il Cinghiale in bianco è un animale mite, di compagnia anche se ama starsene rintanato nella sua cuccia. Legge, scrive, ascolta musica datata. È cordiale, sa stare al suo posto senza far notare la sua presenza e senza tradire la sua indole che, comunque, lo induce ad essere simile a quel porco di suo fratello.
La sua era è stata caratterizzata da uno stato di calma apparente sotto la quale veniva celato, per dirla con il Ferretti che una volta ci piaceva molto, “un assordante frastuono”. Lo stato di letargia in cui eravamo piombati ci ha in un certo senso fuorviati. Pensavamo che tutto stesse andando per la giusta direzione. A ciascuno il suo. Ci godevamo gli ultimi splendori della golden age di qualche anno prima, inconsapevoli del fatto che, di lì a poco, la grande depressione avrebbe offuscato il nostro stato di quiete e la crisi economica e sociale avrebbe comportato l’avvento di un nuovo ricorso storico.
Il Cinghiale in bianco, in tutto ciò, rappresentava il socialismo dal volto umano. Il rovescio della medaglia. L’altra faccia della luna. Con il suo fare mansueto rendeva tutto più facile, più accettabile e condiviso. Ma non era così.
Questa “concordia discors” (Orazio – Epistole I, 12, 19) è risultata essere “una finta sul ring, come sosteneva Malcolm Gandhi Luther King” (Brizzi / Cattabriga – Jack Punk).
L’inconsistenza, la mancanza di spina dorsale del Cinghiale, la poca predisposizione al sacrificio ed una visione superficiale e poco passionale delle cose, comportarono ben presto la caduta del regno. Che si trattasse, per dirla con Mao ma anche con Beck, di una Tigre di Carta lo si capiva subito. Però, da ingenui miglioristi, siamo stati abituati a credere nelle ragioni del socialismo. Le stesse ragioni che, forse, ora aborriamo in nome di una nuova, ritrovata, spontaneità e criticità nei confronti del credo.
E presto, quindi, venne la restaurazione. Il Cinghiale in bianco provò a passare il guado ma, nonostante le dimensioni della Große Koalition, venne travolto dalla corrente, anzi dalle correnti.
Travolto, inizialmente provò a reagire, ma presto i pochi sforzi profusi, si rivelarano per quello che erano realmente: sterili conati.
Ed adesso che il medioevo è il nostro futuro, viene da pensare a quanto si stava bene durante l’era del Cinghiale in bianco. L’immobilismo e l’afasia del quale hanno prodotto poco o nulla. Ma il nulla è senza difetto. E quindi, alle prossime elezioni, daremo ancora la caccia al Cinghiale in bianco? Oppure immoleremo qualche nuova bestia sacrificale al banchetto delle antiche divinità totemiche quali il Cervo o il Gatto? Chi sarà avvinto tra i denti e le scaglie di colui che Giobbe definì il “re su tutte le maestose bestie selvagge”?

“Sarà la prima volta, che non andrò a votare, sarà la prima volta, che non andrò a puttane!” (Le luci della centrale elettrica, La grande scritta Coop, Canzoni da spiaggia deturpata, 2008).

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2 Commenti

  1. Il Satanico

    bell’articolo e incalzante mood, forse un po’ troppo radical chic la tua posizione…io sento ancora parole contro il nostro presente, ma niente di concretamente realizzabile viene proposto…e’ sempre troppo facile sparare sulla croce rossa..la societa’ di oggi fa schifo e di certo l’era del cinghiale bianco non ci ha portati alla sintesi statunitense, semplicemente perche’ l’Italia e’ “la societa’ dei magnaccio'”..”a noi ce piace…de magna’ e beeeve…e nun ce piace de lavora’!”diciamo che in queste parole pronunciate quasi mezzo secolo fa, ritroviamo il nostro immobilismo a livello mentale, di NON crescita economica, di risicato spazio alle iniziative annichilite da “ma che te frega…! lassa perde! come te ne te’!”, dal fatto che si cerchino tutti i modi possibili per far soldi fregando l’altro, e che il popolo si accontenta come faceva sotto i Borboni o lo Stato Pontificio, di due pasti al giorno, di una casa (simbolo importantissimo nella cultura italiana), di una moglie (o di un buco caldo), di una bottiglia di vino dove affogare le piu’ recondite e propositive idee di sviluppo, nonche’ di un bel tozzo di pane per fare la scarpetta inghiottendo pure i problemi piu’ seri. Ci serve una sveglia, ci serve il cambiamento, ci serve un vento nuovo?…non buttiamo sale grosso sul nostro oggi perche’ tanto gia’ sappiamo di raccogliere frutti modificati geneticamente o pomodori blu. Proviamo a seminare qualcosa che non sia marcio.. e il campo diventera’ sempre piu’ grande..La crescita non lo fa un uomo solo, “We can”, iniziamo da oggi! “a es, ken!”

  2. loscemodelvillaggio
    loscemodelvillaggio

    Articolo pungente,come il pelo di un cinghiale adulto.
    Belle metafore.
    Ma anche John non ha tutti i torti.Anche se non è sempre vero che alla gente nn c n tè d fà nient.La realtà è che a volte,anzi,spesso più si lavora e più ci si rende conto che della pagnotta guadagnata non ne resta che un misero pugno di mosche indigeste.E a quel punto,anche i più temerari lavoratori si chiedono se ne vale la pena.
    Il problema è che mentre se lo chiedono continuano a dar vita al loro tram tram quotidiano,rassegnati alla loro impotenza.
    Così facendo le cose continueranno ad essere risucchiate nel vortice del regresso sociale ed economico.
    Bisogna svegliarci,certo.Ma chi ce la dà la forza di aprire gli occhi per combattere l’abbagliante realtà?

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