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Tom Waits – Rain dogs (1985)

Se “Swordfishtrombones” del 1983 aveva rappresentato la svolta, il passaggio verso la sperimentazione, Rain dogs costituisce la consacrazione, la virata folk – rock del cantautore di Pomona (California).
Pioggia, notte, oscurità. Un cane fradicio attraversa la strada in direzione di un night club. Lerciume, bassifondi della città. Echi di un piano scordato che suona in lontananza, una voce “immersa in un tino di whiskey, poi appesa in un affumicatoio per qualche mese e infine portata fuori e investita con una macchina” (cit. Daniel Durchholz). È quella di Tom, che ha appena firmato con la Island Records ed è nel bel mezzo di una triologia di dischi storica. Canta di bruttezze, di reietti e derelitti, di vite che si perdono nelle strade della notte stravolte dal bourbon e dall’amore cieco (Blind love), consumato fugacemente su di un “Downtown Train”, oppure su di un cargo partito alla volta di “Singapore”.
Durante il viaggio ascolterete blues, jazz, country, folk, polka e persino tango e filastrocche. E ancora ballate, rock d’autore, Bob Dylan, Captain Beefheart, Francis Ford Coppola, Jim Jarmusch.
Musica ed immagini sembrano rincorrersi in questi 19 sbandati episodi con una intensità difficile da replicare. C’è anche spazio per un paio di intermezzi strumentali, immancabili da un certo punto in poi nella carriera di questo talento che, nato artisticamente in un night club, con il tempo avrà modo di cimentarsi con ogni forma di sperimentazione musicale.
Marimbe, banji, percussioni di ogni specie, le chitarre di Keith Richards, grande amico di Waits e di Marc Ribot, contribuiscono a creare una geniale fusione di elementi. L’estro ed il brio di uno dei più grandi autori della Musica contemporanea rendono “Rain dogs” un disco dalla bellezza unica. Riconosceresti un brano del vecchio Tom anche dopo essere divenuto sordo, tanta è la particolarità del cocktail che questo orso cantore è riuscito ad elaborare 26 anni or sono.
Cosa dire ancora? Nulla: “Clap hands, Clap hands!”

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