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Leonardo Sciascia, tra letteratura e cinema

Leonardo Sciascia

Tra le penne più impegnate e significative della lotta alla mafia e del suo relativo riconoscimento, troviamo Leonardo Sciascia. Nato a Racalmuto nel 1921, l’autore è rimasto fedele alla sua terra e a tutti i problemi che ne derivavano, tra le quali appunto la mafia e i rapporti di questa con il potere politico.
Su questa tematica la sua narrativa si può contraddistinguere in due parti. La prima fase, con “Il giorno della civetta” (1961) e “A ciascuno il suo” (1966), dove lo scrittore siciliano scava sulla contrapposizione e l’impotenza dell’onestà civile di fronte alle organizzazioni mafiose in senso lato, con diagnosi e denuncia, severità e pietà, in un impasto lucidamente implacabile, vigilato da un’ironia che Citati ha definito bene: ironia senza volto, tetra e leggera.
La seconda fase, “Il contesto” (1972), “Todo modo” (1974) fa centro invece sul Potere, e sulle inevitabili omertà che lo avvolgono in un sudario di morte, quasi che fosse la tragedia, la morte, la controprova della realtà del Potere.

Il cinema italiano ha attinto a piene mani dalle soavi e ruvide pagine di Sciascia per trasferirle quasi contestualmente su pellicola. Registi del calibro di Elio Petri, Damiano Damiani, Francesco Rosi, Gianni Amelio, Emidio Greco, hanno trasposto sul grande schermo le più grandi opere dello scrittore siciliano, impregnando i loro film di tutta la carica e la consapevolezza già gravida in quegli scritti. Storie che sono della Sicilia, ma che non parlano solo di Sicilia.

Da “Il giorno della civetta”, 1961:
«Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…»
Un estratto dal film di Damiano Damiani del 1968:

L’incipit di “A ciascuno il suo”, 1966:
«La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.
“Questa lettera non mi piace” disse il postino.
Il farmacista levò gli occhi dal giornale, si tolse gli occhiali; domandò “Che c’è?” seccato e incuriosito.
“Dico che questa lettera non mi piace.” Sul marmo del banco la spinse con l’indice, lentamente, verso il farmacista.
Senza toccarla il farmacista si chinò a guardarla; poi si sollevò, si rimise gli occhiali, tornò a guardarla.
“Perché non ti piace?”»
Un estratto del film del 1968 ad opera di Elio Petri con Gian Maria Volonté nelle vesti di Paolo Laurana

“Il Contesto” del 1972:
«In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro.»
Il maestro Francesco Rosi prende ispirazione da questo romanzo breve per dar vita nel 1976 al suo “Cadaveri Eccellenti”. Il paese non è nominato, ma sembra familiare a tutti.

“Todo Modo” del 1974:
«Ministri, deputati, professori, artisti, finanzieri, industriali: quella che si suole chiamare la classe dirigente. E che cosa dirigeva in concreto, effettivamente? Una ragnatela nel vuoto, la propria labile ragnatela.  Anche se di fili d’oro.»
Nel 1976 sempre Elio Petri portò sul grande schermo il romanzo di Sciascia.

Il pessimismo di Sciascia sulla società e sugli inestricabili fili che la sorreggono vengono messi in evidenza sia per la sorte di Rojas ne “Il Contesto” che per il “sistema” di “Todo Modo”. La rassegnazione, che mai tale cambiamento avverrà, come una parabola della sua narrativa, giunge fino alle sue ultime pagine nel romanzo breve, “Una Storia Semplice”.

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Mauro Stracqualursi
"Bisogna sempre essere ebbri. Tutto è in questo:è l'unica questione. Per non sentire l'orribile peso del tempo.. che vi rompe le spalle e vi curva verso la terra... Dovete inebriarvi senza tregua.[...] Ma di che? Di vino,di poesia o di virtù,a Vostro talento. Ma inebriatevi. E se talvolta sui gradini di un palazzo, sull'erba verde d'una proda, nella solitudine tetra della Vostra camera, Vi destate, diminuita già o svanita l'ebbrezza, domandate al vento, all'onda, alla stella, all'uccello, all'orologio, a tutto ciò che sfugge, a tutto ciò che parla, domandate che ora è: ed il vento, l'onda, la stella, l'uccello, l'orologio, Vi risponderanno: E' l'ora di inebriarsi! Per non essere schiavi martoriati del Tempo, inebriatevi,inebriatevi senza posa! Di vino,di poesia o di virtù... a Vostro talento.." "Inebriatevi" - C. Baudelaire.

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