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Coppie di fatto: perché è giusto tutelarle

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Il dibattito sulla necessità di disciplinare i rapporti giuridici ed economici nelle coppie di fatto torna ciclicamente nel nostro Paese, tra i pochi – nel mondo occidentale – a non dettare un’apposita normativa in materia.
Vorrei quindi sottoporre alcune riflessioni di tipo tecnico-giuridico sul punto, senza entrare in ambiti più spinosi come i diritti delle coppie omosessuali o l’adozione da parte di coppie di fatto sia etero che omosessuali.
Spesso il dibattito sui diritti delle coppie di fatto si apre e si chiude con questo argomento: ma se due persone non vogliono sposarsi, perché bisognerebbe garantire loro reciproci diritti e doveri? Non sono proprio queste persone a non volere diritti e doveri? “Se vuoi i diritti, sposati”, leggo spesso in molte discussioni sulla Rete.
Questo punto di vista è giuridicamente sbagliato. Il matrimonio civile italiano, per come è stato concepito dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975, si muove in un’ottica fortemente paternalistica: lo Stato, per riequilibrare la condizione (all’epoca) socialmente inferiore della donna, decise di prevedere fondamentalmente una sola forma matrimoniale, fortemente protezionistica nei confronti della moglie.
Il matrimonio del 1975, ancora in vigore, è infatti un “blocco unico” che impone ai coniugi di comportarsi in un certo modo (obbligo di coabitazione, di fedeltà etc.) e di regolamentare i rapporti patrimoniali o con la comunione dei beni o con la separazione dei beni, con l’unica eccezione (peraltro non molto pratica) della comunione “convenzionale”, che permette di escludere o includere nella comunione alcune categorie di beni, o con l’istituto del “fondo patrimoniale” al quale si ricorre raramente perché, ancora una volta, è fonte di numerosi problemi applicativi.
In sostanza, le formalità burocratiche e le norme di legge non sono al passo con i tempi e, infatti, gli studiosi di diritto propongono almeno una mini-riforma dei rapporti patrimoniali fra i coniugi (quelli personali sono spesso regolati anche da interpretazioni “adeguatrici” dei giudici: pensiamo all’obbligo di fedeltà).
Per cui, il primo problema è che lo Stato vuole intervenire in ogni aspetto della vita matrimoniale. Si spiega così la impossibilità (o l’estrema difficoltà) per i futuri coniugi di stipulare dei patti prematrimoniali, che consentano una disciplina dei rapporti economici più adatta alle esigenze della coppia (possibilità che, invece, è largamente riconosciuta in molti Stati e che, fra l’altro, svolge un’ottima funzione di prevenzione del contenzioso).
Da un altro lato, il problema è che ci sono una serie di diritti, negati alle coppie di fatto, che possono essere riconosciuti solo se ci si ingessa in quel “blocco unico” di cui si parlava finora e che, invece, dovrebbero essere considerati come diritti civili, non matrimoniali.
Non sempre la vita di coppia è una convivenza “more uxorio” (cioè simile al matrimonio): l’affetto e i sentimenti prescindono dal modo in cui si sceglie di stare insieme.
Pensate a questo esempio pratico, che tra l’altro è molto frequente nella realtà: una persona separata, magari per colpa di ripetuti tradimenti, si rifà una nuova vita con un’altra persona; ebbene di fronte allo Stato, finché c’è matrimonio, in sostanza il coniuge può mantenere una serie di diritti che al nuovo partner non possono essere riconosciuti in alcun modo, come la reversibilità della pensione in caso di morte, il diritto agli alimenti in caso di bisogno, il trattamento di fine rapporto, la riserva di una quota ereditaria, il diritto di abitazione, il diritto di assistere il partner in caso di malattia e così via.
Perché tutti questi diritti devono derivare per forza e soltanto dal matrimonio? Non sono forse diritti civili che potrebbero essere attribuiti mediante un atto di volontà privata?
Alla luce di tutto quanto detto sinora, è evidente che nessuno vuole distruggere il matrimonio civile, ma mantenerlo in vita così com’è non ha senso e sono sicuro che la “fuga” dalle nozze è causata più da questa rigidità della legge che dal venir meno del valore della famiglia. Affiancare al matrimonio “classico” (che, ripeto, è sacrosanto mantenere in vita) una regolamentazione più moderna dei rapporti di coppia è, dunque, un atto di civiltà.
Per fortuna, alcune riforme recenti hanno reso meno gravosa almeno la fase dello scioglimento del matrimonio; speriamo, quindi, che in quest’ottica lo Stato cominci ad allentare la morsa che da decenni impone alla volontà privata.
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