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“Mi piace” la rivoluzione

Occorre prestare la massima attenzione a cosa si scrive nei social network e anche il gesto banale e svogliato di un “mi piace”, un giorno, potrebbe avere conseguenze del tutto impreviste. Questo, forse, è ciò che staranno pensando due inglesi, Jordan Blackshaw e Perry Sutcliffe-Keenan. Due ragazzi, rispettivamente di 21 e 22 anni, condannati a 4 anni di prigione per l’aver inneggiato su Facebook allo scontro durante i giorni roventi della protesta di Londra. Fulmine a ciel sereno? Evidentemente no, dal momento che meno di una settimana fa il premier David Cameron minacciava il blocco degli stessi social network indicandoli come strumenti che possono essere usati per creare violenza e “azioni malvagie”. Il fatto in sé quindi non sorprende, ciò che stupisce è altro: il giudizio volubile dell’Occidente riguardo la tecnologia e i nuovi media.

Infatti, leggendo la notizia, il pensiero inevitabilmente va agli scontri di Bengasi dello scorso Febbraio, a Ben Alì che fugge da Tunisi respinto da cittadini che protestano contro i suoi 23 anni di dittatura, a Mubarak che si vede costretto ad abbandonare il Cairo dopo un regime trentennale. In due parole: alla primavera araba o, meglio ancora, alla “rivoluzione web”, così come è stata ribattezzata proprio a evidenziare l’importanza che Internet avrebbe avuto nelle proteste e nelle sommosse. Quindi, social network e blog come luoghi di libertà di espressione e di democrazia, ma soltanto a corrente alternata. Adulati quando possono essere utili per affossare un regime in Tunisia o in Egitto, disprezzati quando rischiano di mettere in crisi l’ordine sociale di una democrazia occidentale come quella inglese. Ma, nel bene o nel male, i social network hanno davvero tutto questo peso nelle rivoluzioni come raccontano alcuni esperti? Importanti sicuramente come momento aggregatore, ma di certo non fondamentali; sempre se non si vuole sposare a tutti i costi la teoria di un determinismo tecnologico che considera le tecnologie come unica causa del cambiamento delle società.

In realtà, i tecnoentusiasti sono molti se anche Focus (226, Agosto 2011) titola in copertina “Un nuovo modo di cambiare il mondo, lo sciame umano” parlando di “milioni di persone che si collegano al Web dando vita a un super-individuo”. In questo caso appare evidente il riferimento della rivista al teorico della società liquida Zygmunt Bauman e al suo concetto di sciame inquieto. Quindi, ecco la modernità che porta alla progressiva scomparsa della struttura partito tradizionale con la sostituzione di gruppi eterogenei, mobili, provvisori (gli sciami) che nascono in funzione di obiettivi momentanei. Una flessibilità quindi che rappresenta un punto di forza della politica del network rispetto alle ingombranti e statiche strutture dei partiti classici. Tutto probabilmente molto giusto, peccato che, diversamente da Bauman, troppo spesso in molti dimenticano che lo stesso “punto di forza diventa un punto di debolezza quando si deve costruire un adeguato ricambio”.

L’entusiasmo che porta osservatori e gente comune a idolatrare la potenza della Rete non è però esclusivo di quanto è avvenuto nella primavera araba. Anche in Italia, pur in assenza di un regime (sicuri?), c’è ormai un proliferare di commenti e giudizi volti a tessere le lodi del Web 2.0, soprattutto dopo i referendum del 13 Giugno. In quella occasione il mainstream ha concesso un spazio molto ridotto alla campagna referendaria e i canali “alternativi” hanno coperto un vuoto di informazione. Ma, attribuire quella vittoria quasi esclusivamente alla forza del Web (come in molti hanno fatto) finisce per relegare in secondo piano il contesto (non digitale)  su cui è nato quel successo. E questo può essere un errore.

Ad esempio, rimanendo alla nostra dimensione locale, il risultato straordinario di San Giovanni Incarico con oltre il 60% dei votanti alle urne (dato superiore alla media nazionale, regionale e provinciale) è frutto della campagna referendaria “alternativa” che si è sviluppata sul web oppure dello stesso contesto politico sociale in cui viviamo? Probabilmente entrambe le cose. Ma, se si fa riferimento ai quesiti sui servizi pubblici locali e sulla tariffa del servizio idrico non si può non leggere in quel risultato quanto avviene ormai da qualche anno con l’indecente gestione da parte di Acea Ato 5: bollette salate, disservizi senza fine, diverse famiglie sangiovannesi che di frequente si vedono prive di acqua per molte ore della giornata. E cosa dire del referendum sulla produzione di energia nucleare? Più meno tutti, esperti compresi, sono concordi nel ritenere le scorie un problema serio e su questo territorio in quanto a rifiuti (anche se non radioattivi e ci mancherebbe altro!) direi che possiamo già ritenerci soddisfatti così: una discarica della Mad sul territorio di Roccasecca, un impianto della Saf a Colfelice e infinite esalazioni maleodoranti  per San Giovanni Incarico. Che poi, forse, il cattivo odore  è il minore dei problemi…ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta”.

Ad ogni modo, viste alcune delle tematiche su cui gli elettori erano chiamati ad esprimersi, credo che una spinta decisiva al voto sia nata soprattutto dalla quella stessa realtà sangiovannese fatta di disservizi e di un ambiente sempre più a rischio.

Alla stessa maniera, ad altre latitudini e in realtà evidentemente più difficili, la rivoluzioni non nascono con un “mi piace” e nessuno ha mai cambiato il mondo con un click. Con buona pace dei tecnoentusiasti.

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