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I discorsi più belli di Robert Kennedy (parte 1)

I discorsi più belli di Robert Kennedy (parte 1): Il PIL, la felicità e la critica del welfare.

«Alcuni uomini vedono le cose così come sono e si domandano: “Perché?”.
Io sogno cose che non sono mai state e mi domando: “Perché no?”»

Robert Kennedy - discorsi

Robert Kennedy

Riassumere in poche parole cosa è stato il Sessantotto e l’impatto che ha avuto sul mondo intero è molto complicato. Il TIME lo descrive come l’anno che ha plasmato una generazione (The Year That Shaped a Generation) e probabilmente non c’è modo migliore per rappresentarlo. È l’anno dei grandi movimenti di massa, dell’anticonformismo e più in generale delle rivoluzioni individuali e collettive. È l’anno dell’assassinio del dreamer Martin Luther King, delle violenti proteste studentesche, del massacro di My Lai in Vietnam e di Tlatelolco in Città del Messico. Ma il ’68 è anche l’anno dell’addio improvviso di Robert Francis Kennedy, e con lui una visione diversa di America.

La breve storia politica di Robert Kennedy, detto Bobby, ha segnato in maniera indelebile la memoria degli Stati Uniti. Fratello del presidente John Fitzgerald Kennedy, sotto la sua amministrazione servì il Paese come ministro della giustizia, nel 1964 venne eletto senatore dello Stato di New York e nel ’68 si candidò alle primarie del Partito Democratico seguendo le orme del fratello John ucciso tragicamente a Dallas il 22 novembre 1963.
In questo spazio dedicato alle sue parole andremo a riscoprire, attraverso alcuni dei suoi discorsi più celebri, la passione e la profondità delle idee politiche di RFK. Idee di un uomo innamorato del futuro, che credeva che la politica avesse bisogno di una rivoluzione a “misura d’uomo” capace di restituire dignità alle persone, dichiarando guerra alla povertà e alla segregazione razziale. Idee che, nonostante sia passato mezzo secolo, rappresentano ancora una fonte di ispirazione per milioni di persone in tutto il mondo. Idee che Bobby pronunciava con solidità e determinazione senza preoccuparsi di dire qualcosa che potesse infastidire qualcuno o di raccontare senza filtri la cruda realtà in cui versava gran parte dell’America di quegli anni, andando contro tutti e tutto, già dal suo primo incarico pubblico, quello da ministro della giustizia. Una volta dichiarò <<Sono il solo candidato che sia riuscito a unire gli uomini d’affari, il mondo del lavoro, i liberali, il Sud, i capoccia e gli intellettuali. Sono tutti contro di me!>>. Ma in realtà Bobby era diventato il punto di riferimento per milioni di americani. Per gli Stati Uniti di fine anni ’60 incarnava la speranza di un Paese che stava letteralmente perdendo il controllo, dai problemi razziali alla guerra in Vietnam. Ma improvvisamente il destino ci si mise di mezzo. Così come accadde a Dallas cinque anni prima con JFK, il cammino di Bobby finì il 5 giungo 1968 nella cucina dell’Ambassador Hotel di Los Angeles, dove alcuni colpi di pistola spezzarono un sogno, ma non le sue idee. Tre giorni dopo la sua morte, un treno funebre trasportò il suo corpo da New York City a Washington D.C., lungo il tragitto migliaia di americani resero omaggio a quello che fu l’ultimo viaggio del senatore, lo stesso senatore che qualche giorno prima stava festeggiando la vittoria delle primarie in California, consapevole che oramai il Partito Democratico aveva un altro Kennedy pronto a contendersi la presidenza. Tuttavia Robert Kennedy non arrivò mai alla Casa Bianca, la sua ultima destinazione fu il cimitero nazionale di Arlington. Qualche mese dopo, gli elettori americani scelsero Richard Nixon come inquilino dell’indirizzo 1600 di Pennsylvania Avenue, il ’68 aveva così il suo presidente.

Robert Kennedy, mostra

The Train: RFK’s Last Journey – La mostra del fotografo Paul Fusco al SFMOMA dedicata all’ultimo viaggio di RFK.

I discorsi più belli di Robert Kennedy (parte 1): Il PIL, la felicità e la critica del welfare.

Come scrisse Walter Veltroni nell’introduzione de Il Sogno Spezzato[1]: <<Le idee della politica stanno in fondo al mare. Sono le maree della storia, con il loro fluire, che ne decidono la collocazione. Talvolta le onde si alzano talmente violente e con tale forza da scuotere tutte le profondità. E così, da lontano, possono ritornare in superficie, laddove si è visibili e battono i raggi del sole, anche idee che hanno riposato, per decine di anni, come dignitosi relitti, sulla sabbia limacciosa>>.

Dunque, in questo articolo vengono riproposti due discorsi che l’allora senatore dello Stato di New York pronunciò durante la sua corsa alla Presidenza. Nel primo, tenuto all’Università del Kansas due giorni dopo aver annunciato di correre alle primarie democratiche, Robert Kennedy focalizzò l’attenzione sulla condizione sociale degli Stati Uniti, senza nascondere la cruda realtà, costituita da false speranze e illusioni, da disagi e disastri. Dalla questione del Vietnam alla povertà, dai problemi dei giovani americani alle relazioni razziali, fino ad arrivare al celebre passaggio sul prodotto interno lordo: una dura critica al falso mito americano del benessere, sottolineando l’inadeguatezza del PIL come indice di benessere e felicità di una nazione.

Nel secondo discorso, pronunciato a Los Angeles a meno di tre settimane dalla tragica scomparsa, RFK incentrò l’interesse sulle priorità nazionali, in particolar modo analizzando sotto una luce negativa le politiche di welfare che si stavano diffondendo, marcando l’inefficacia di tali misure e contestandone l’uso propagandistico, avvisando che il welfare non poteva essere la soluzione a problemi più grandi, come la disoccupazione, e che una nazione doveva essere in grado di stabilire delle priorità, come il lavoro, perché la semplice estensione del welfare non poneva fine alla povertà.

Discorso all’Università del Kansas, 18 marzo 1968 [2]

Sono contento di essere qui, nella casa di un uomo che ha scritto pubblicamente: <<Se i nostri college e le università non allevano gente che lotta, che si ribella, che aggredisce la vita con tutta la visione e il vigore giovanili, allora c’è qualcosa che non va nei nostri college>>. Nonostante tutte le accuse contro di me, queste parole non le ho scritte io, bensì le ha scritte quel noto sovversivo che è William Alle White. E io so quale grande affetto questa università nutra nei suoi confronti. Oggi egli è un uomo onorato, qui nel vostro campus così come nel resto della nazione. Ma quando visse e scrisse, egli fu boll ato come estremista, se non di peggio. Perché quando parlava diceva ciò che pensava. Non nascondeva le proprie preoccupazioni dietro parole confortanti. Non deludeva i propri lettori né se stesso con false speranze e illusioni. Lo spirito di onesto confronto è ciò di cui oggi l’America ha bisogno. È mancato troppo spesso in anni recenti, e questa è una delle ragioni per cui corro per la presidenza degli Stati Uniti. […]

Non voglio correre per la presidenza, né voglio che quest’anno l’America compia una difficile scelta di direzione e leadership, senza confrontarsi con tale realtà. Non voglio ottenere voti nascondendo la condizione americana dietro false speranze e illusioni. Voglio invece che tutti noi ci impegniamo a scoprire quel che promette il futuro, cosa possiamo realizzare negli Stati Uniti, cosa rappresenta questo paese e cosa ci attende negli anni a venire. Desidero, inoltre, che si conosca e si esamini dove abbiamo sbagliato. Desidero che per tutti noi, giovani e vecchi, vi sia l’occasione di costruire un paese migliore e di cambiare la direzione degli Stati Uniti d’America.

[…] centinaia di comunità e milioni di cittadini stanno cercando le loro risposte nella forza, nella repressione e nelle scorte private di armi. Cosicché dobbiamo confrontarci con i nostri concittadini attraverso insuperabili barriere di ostilità e di diffidenza. E questo, nuovamente, credo che non lo si debba accettare. Non ritengo sia necessario ricorrere a queste cose negli Stati Uniti d’America. Penso che possiamo lavorare insieme, senza doverci sparare reciprocamente, colpirci reciprocamente, maledirci reciprocamente e accusarci reciprocamente; penso che possiamo fare di meglio per questo paese. È il motivo per cui mi candido alla presidenza degli Stati Uniti.

Come se non bastasse la nostra impotenza nel fermare questa crescente divisione tra americani, che almeno si confrontano tra loro, ci sono poi milioni di persone che vivono in luoghi nascosti, i cui nomi e le cui facce sono completamente ignoti.  Ma io ho visto questi altri americani, ho visto i bambini affamati in Mississippi, con i loro corpi talmente falcidiati dalla fame e le loro menti così danneggiate per tutta la vita da non avere futuro. Ho visto questi bambini in Mississippi, qui negli Stati Uniti, un paese con un prodotto interno lordo di 800 miliardi di dollari; ho visto bambini nella regione del delta del Mississippi con le pance rigonfie e i volti coperti dalle piaghe per inedia; e noi non abbiamo ancora sviluppato una politica che ci consente di procurare il cibo necessario affinché essi possano vivere e affinché le loro vite non siano distrutte. Non credo che questo sia accettabile negli Stati Uniti d’America. Penso vi sia bisogno di un cambiamento.

Ho visto gli indiani vivere nelle loro riserve disadorne e misere, senza lavoro, con una disoccupazione dell’80 per cento e con così poca speranza nel futuro da parte dei giovani, ragazzi e ragazze di meno di vent’anni, che tra loro la principale causa di morte è il suicidio. […]

Ho visto la gente del ghetto nero ascoltare promesse sempre più grandi di eguaglianza e di giustizia, mentre in realtà siedono ancora nelle stesse scuole fatiscenti e si accalcano nelle stesse stanze sudicie, senza riscaldamento, difendendosi dal freddo e dai topi.

Se riteniamo che noi, in quanto americani, siamo legati insieme da una comune preoccupazione gli uni per gli altri, allora incombe un’urgente priorità nazionale. Dobbiamo iniziare a porre fine alla vergogna di quest’altra America.

E questo è per noi, come individui e come cittadini, uno dei grandi compiti da assegnare quest’anno alla leadership. Ma pur impegnandoci a cancellare la povertà materiale abbiamo un altro compito, ancora più grande, che è di confrontarci con la povertà di soddisfazione – negli scopi e nella dignità – che ci affligge tutti. Troppo e per troppo tempo abbiamo dato l’impressione di riporre una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico e i valori della comunità nella mera accumulazione di beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del Paese sulla base del prodotto interno lordo.

Perché il PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgomberare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la morte del Lago Superiore. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica. Il PIL si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte nelle nostre città, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck e la trasmissione di programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini.

E se il PIL comprende tutto questo, molte cose non sono state calcolate. Non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

[…]

Ritengo che possiamo fare meglio e che il popolo americano pensi a sua volta che possiamo fare meglio.

George Bernard Shaw una volta ha scritto: << Alcuni uomini vedono le cose così come sono e si domandano: “Perché?”. Io sogno cose che non sono mai state e mi domando: “Perché no?”>>.

 

Discorso a Los Angeles, 19 maggio 1968 [3]

Probabilmente l’ambito in cui ci siamo imbattuti nel più grande fallimento è il sistema del welfare, l’assistenza pubblica a coloro che sono in difficoltà. Vi è infatti un profondo senso di insoddisfazione, tanto tra coloro che ricevono il servizio quanto nel governo, su cosa è diventato il welfare negli ultimi trent’anni e in quale direzione sembra proseguire.

Il welfare è molte cose diverse per persone diverse. Per colui che riceve il servizio può essere la differenza tra la vita e la morte per inedia, tra un’abitazione e l’essere senza dimora, tra il vento freddo e il cappotto di un bambino. Per il contribuente, che vede le conseguenze dell’inflazione sul costo della vita e che paga per la propria casa e per l’educazione dei propri figli, il welfare può apparire come un ingiustificato sovraccarico su un sistema tributario già opprimente. Per alcuni politici, pronti a ricorrere a semplificazioni e a confondere le idee sulla questione, può essere un mezzo per ottenere facilmente popolarità. […]

Il conto sta crescendo ogni giorno di più.

Data tutta questa enorme spesa, non dovremmo almeno attenderci che coloro che ricevono il servizio siano soddisfatti? Eppure, di fatto, non lo sono. Sono scontenti del funzionamento del welfare così come lo è chiunque negli Stati Uniti. Si tratta di volgare ingratitudine oppure è un indicativo segnale di come il sistema del welfare abbia fallito? Cosa intendiamo fare, dunque, di un sistema che non sembra soddisfare né il donatore né l’utente e che avvelena tutti coloro che ne entrano in contatto?

Il problema più grave risiede nel nostro stesso concetto di welfare. […] Il welfare cominciò come un indispensabile programma di assistenza per coloro che non sono abili nel lavoro. L’abbiamo poi trasformato nella facile risposta al problema complesso, ma non insormontabile, della disoccupazione. […]

Più in generale, il welfare ha fatto molto per dividere il nostro popolo, per alienare gli uni dagli altri. In parte questa separazione deriva dal comprensibile risentimento di coloro che pagano le tasse e vedono il proprio benessere andare a rotoli e l’imposta sulla proprietà aumentare. Ma vi è ancora più risentimento da parte dei poveri, di coloro che ricevono la nostra carità. In una certa misura, questo risentimento deriva dalla brutalità del sistema stesso, dall’azione di un indiscreto burocrate, un onnipotente amministratore che decide dalla sua scrivania chi merita e chi no, a chi sarà concesso di vivere ancora per un mese e chi potrà morire di fame la prossima settimana. […]

La radice del problema, comunque, sta nella stessa condizione di dipendenza e di inutilità. Essere disoccupati significa non avere niente da fare, il che comporta poi non avere nulla da condividere con gli altri. Essere senza lavoro, essere inutili per i propri concittadini vuole dire, in verità, essere l’Uomo Invisibile di cui ha scritto Ralph Ellison. […]

Spesso citiamo l’avvertimento di Lincoln secondo cui l’America non sarebbe potuta sopravvivere metà schiava e metà libera. Non può sopravvivere neppure mentre milioni di nostri concittadini sono schiavi della dipendenza e della povertà, in attesa della grazia da parte di quelli che firmeranno assegni per loro. Fratellanza, comunità, patriottismo condiviso: questi valori essenziali della nostra civiltà non provengono dal mero acquistare e consumare insieme. Discendono piuttosto da un senso comune di autonomia individuale e di impegno personale. Derivano dal lavorare insieme per costruire un paese, ed è questa la risposta alla crisi del welfare.

La risposta alla crisi del welfare è lavoro, impiego, autosufficienza e integrità della famiglia; non una massiccia estensione del welfare; non un nuovo flusso di assistenti sociali che diano consigli ai poveri. Abbiamo bisogno di lavoro, di impiego che restituisca dignità con una paga decente; quel tipo di impiego che consente a un uomo di dire alla propria comunità, alla propria famiglia, al proprio paese e, cosa ancora più importante, a se stesso, <<ho contribuito a costruire questo paese. Sono uno dei partecipanti di questa grande impresa pubblica. Sono un uomo>>.

È un mito che tutti i problemi della povertà si possano risolvere con una definitiva estensione del sistema di welfare che garantisca a tutti, indipendentemente dalla loro situazione particolare, un certo reddito dal governo federale. Ogni schema di questo genere, preso di per sé, semplicemente non può procurare il senso di autosufficienza e di partecipazione alla vita della comunità che è essenziale per i cittadini di una democrazia. […]

Di sicuro, tutte le proposte per vari sistemi di sostegno dei redditi meritano uno studio accurato. Ma se c’è qualcosa che abbiamo appreso negli ultimi tre anni è che non possiamo fare tutto in una volta, che dobbiamo capire, stabilire e condividere una chiara percezione delle priorità nazionali. In questo caso, la priorità è il lavoro. Dare la priorità al reddito vorrebbe dire ammettere la sconfitta sul fronte di battaglia decisivo. […]

Lavoro è una parola molto terrena e poco affascinante. Eppure è, in un senso reale, il significato di tutto ciò per cui esiste una nazione, per quelli di noi che vivono in ricchi sobborghi e per i loro figli non meno che per i bambini nel ghetto. Gli esseri umani hanno bisogno di uno scopo. Ne abbiamo bisogno come individui, abbiamo bisogno di percepirlo nei nostri concittadini, ne abbiamo bisogno come società e come popolo.

 

Fonti:

[1] WALTER VELTRONI, Il sogno spezzato. Le Idee di Robert Kennedy, Milano, Baldini&Castoldi, 1993

[2] ROBERT F. KENNEDY, Sogno cose che non sono state mai (A cura di Giovanni Borgognone), Torino, Einaudi, 2012, p. 59

[3] ROBERT F. KENNEDY, Sogno cose che non sono state mai (A cura di Giovanni Borgognone), Torino, Einaudi, 2012, p. 81

 

 

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