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Una storia semplice

Una piccola storia, una delle tante, ma che ci mostra una nuova consapevolezza, che ci pervade, è sotto gli occhi di tutti, ma inesorabilmente sembra farci scivolare in un vorticoso oblio.

Una Storia Semplice, Leonardo Sciascia, 1989.

Una Storia Semplice, Leonardo Sciascia

Una Storia Semplice, Leonardo Sciascia

Siamo nel 1989, poco prima di morire Sciascia pubblica il romanzo breve “Una Storia Semplice”, un giallo poliziesco. Una storia che nella sua complessità e negli ulteriori sviluppi si può dire che sia tutto fuorché semplice. L’autore prese spunto da un fatto realmente accaduto, il furto della “Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi” di Caravaggio.

Una Storia Semplice, incipit:

“La telefonata arrivò alle 9 e 37 della sera del 18 marzo, sabato, vigilia della rutilante e rombante festa che la città dedicava a san Giuseppe falegname: e al falegname appunto erano offerti i roghi di mobili vecchi che quella sera si accendevano nei quartieri popolari, quasi promessa ai falegnami ancora in esercizio, e ormai pochi, di un lavoro che non sarebbe mancato. Gli uffici erano, più delle altre sere a quell’ora, quasi deserti: anche se illuminati, l’illuminazione serale e notturna degli uffici di polizia tacitamente prescritta per dare impressione ai cittadini che in quegli uffici sempre sulla loro sicurezza si vegliava.
Il telefonista annotò l’ora e il nome della persona che telefonava: Giorgio Roccella. Aveva una voce educata, calma, suadente. ‘Come tutti i folli’ pensò il telefonista. Chiedeva infatti il signor Roccella, del questore: una follia, specialmente a quell’ora e in quella particolare serata.”

Una Storia Semplice, trama:

L’indomani, il brigadiere Antonio Lagandara, inviato con calma dal commissario, ritroverà nella contrada Cotugno, in una masseria ormai creduta disabitata il corpo del signor Roccella riverso sulla scrivania e con un foro di proiettile alla tempia. Le prime tracce mostrano evidenti segni che indirizzano il caso verso un suicidio, come la lettera con su scritto: «Ho trovato.», con il punto a chiudere la frase, ma il mistero è solo all’inizio. Da quel “punto” inizia la ricerca della verità del protagonista Lagandara. Un punto che non può chiudere semplicemente un periodo, si tratta di omicidio.

Per la risoluzione del caso un altro personaggio sarà fondamentale, il professor Carmelo Franzò, amico del signor Roccella. Il motivo del ritorno di Giorgio Roccella, ormai in pensione, è nella ricerca di alcune vecchie lettere presenti in un baule, e qui l’autore non perde l’occasione di un omaggio a Luigi Pirandello: “A diciotto anni, Pirandello pensava quel che avrebbe scritto fin oltre i sessanta.”
Roccella comunicò all’amico alcune cose strane, tra cui la presenza del telefono e il ritrovamento in soffitta del quadro famoso, ritenuto scomparso.

Una Storia Semplice: l’incidente.

Una Storia Semplice

Una Storia Semplice

La trama si infittisce con l’uccisione del capostazione e di un manovale nella stazione di Monterosso, e con la ricerca dell’uomo della Volvo. L’uomo si rivelerà il testimone chiave per la rivelazione dell’intera storia.
Il brigadiere, scoperto l’assassino (il commissario) e il vero movente (commercio di droga e di opere d’arte) riuscirà a salvarsi dal tentativo disperato da parte del commissario di ucciderlo, uccidendolo a sua volta. Malgrado ciò il magistrato, insieme al questore e al colonnello, decidono che “è troppo poco” per considerare la reazione del brigadiere legittima difesa e, per mancanza di prove, lo si definisce: “un incidente”.
Una storia semplice, con lo sfondo di mafia e droga, dove magicamente le due parole vengono sottaciute ma continuamente le azioni e gesti vi rimandano, è un crimine che vede coinvolti uomini di legge e uomini di chiesa, come il semplice voglia essere in questo caso sinonimo di normalità, dove tutto può succedere senza che nulla cambi, e facilmente insabbiato. Tutto viene racchiuso nell’amara chiusura.

Una Storia Semplice, explicit:

“Mentre in questura ferveva l’allestimento della camera ardente per il commissario (solenni sarebbero stati i funerali) l’uomo della Volvo, tirato fuori dal carcere, vi fu portato per degli adempimenti burocratici, per cui sarebbe stato, finalmente, completamente libero.
Assolti quegli adempimenti, ne stava uscendo scarmigliato e angosciosamente ilare, quando sulla soglia incontrò padre Cricco in nicchio, cotta e stola, che veniva a benedire la salma.
Padre Cricco lo fermò con un gesto. Disse: «Mi pare di conoscerla: lei è della mia parrocchia?».
«Ma che parrocchia? Io non ho parrocchia» disse l’uomo; e usci con gioiosa furia.
Trovò al posteggio, con cedola di contravvenzione, la sua Volvo. Ma gli parve una cosa da riderne, tanto era contento.
Uscì dalla città cantando. Ma a un certo punto fermò di colpo la macchina, tornò ad incupirsi, ad angosciarsi. «Quel prete,» si disse «quel prete… l’avrei riconosciuto subito, se non fosse stato vestito da prete: era il capostazione, quello che avevo creduto fosse il capostazione».
Pensò di tornare indietro, alla questura. Ma un momento dopo: «E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?».
Riprese cantando la strada verso casa.”

Una Storia Semplice, l’ultimo romanzo:

Sciascia scrive un romanzo semplice, dove racchiude i suoi temi cari già presenti in opere come A Ciascuno il Suo e il Giorno della civetta, una sorta di requiem ormai arrivato alla fine dei suoi giorni, rivelandosi con le parole del professore Franzò: “Fecero il breve viaggio loro due soli, con grande contentezza da parte del brigadiere cui parlare con persone che avevano fama di intelligenza e cultura dava una specie di ebrezza. Ma il professore parlò dei propri mali, lasciando memorabile al brigadiere (ma non condivisibile nell’energia dei suoi trent’anni) la frase che ad un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza.”

Gian Maria Volonté in "Una Storia Semplice"

Gian Maria Volonté in “Una Storia Semplice”

Il libro nel 1992 venne trasposto in un film da Emidio Greco con la grande interpretazione di Gian Maria Volonté nel ruolo del professore.

Una storia semplice
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Mauro Stracqualursi
"Bisogna sempre essere ebbri. Tutto è in questo:è l'unica questione. Per non sentire l'orribile peso del tempo.. che vi rompe le spalle e vi curva verso la terra... Dovete inebriarvi senza tregua.[...] Ma di che? Di vino,di poesia o di virtù,a Vostro talento. Ma inebriatevi. E se talvolta sui gradini di un palazzo, sull'erba verde d'una proda, nella solitudine tetra della Vostra camera, Vi destate, diminuita già o svanita l'ebbrezza, domandate al vento, all'onda, alla stella, all'uccello, all'orologio, a tutto ciò che sfugge, a tutto ciò che parla, domandate che ora è: ed il vento, l'onda, la stella, l'uccello, l'orologio, Vi risponderanno: E' l'ora di inebriarsi! Per non essere schiavi martoriati del Tempo, inebriatevi,inebriatevi senza posa! Di vino,di poesia o di virtù... a Vostro talento.." "Inebriatevi" - C. Baudelaire.

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