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Afghanistan, il gioco sporco

Si arricchisce il medagliere azzurro ai campionati di biathlon geopolitico in corso di svolgimento in Afghanistan. Terza medaglia d’oro nel giro di un mese per l’Italia. Per i pochi che non conoscessero questa emozionante pratica sportiva è forse utile ricordare che si tratta di una disciplina ideata da geniali menti statunitensi e poi diffusa, grazie a una meschina quanto efficace propaganda, in tutte le province dell’Impero. Il biathlon geopolitico è uno “sport” nel quale i partecipanti competono in due specialità

  1. tiro a segno con bombe più o meno intelligenti
  2. esportazione della democrazia

 Sulla prima specialità non c’è molto da dire, soltanto tre parole che non sono “sole, cuore, amore” ma “puntare, mirare, fuoco”. Sulla seconda si potrebbe discutere più a lungo: i regolamenti – quando ci sono – difettano in chiarezza e, come in una gara di curling, lo spettatore comune non ci capisce una mazza, esclusa quella dello spazzolone. Ecco, semplificando, si tratta di un gioco per fare un po’ di “pulizia”.

La rappresentativa italiana, forse per tradizione storica, dà il meglio di se nella seconda fase, proprio quando entra in ballo la democrazia. In effetti, in quanto a forme di governo democratiche potenzialmente esportabili non siamo secondi proprio a nessuno. Stando soltanto agli ultimi cento anni, abbiamo avuto nell’ordine: un ventennio di fascismo, mezzo secolo di regime democristiano (che, va da se, non aveva nulla né di democratico né di cristiano), diciassette anni di berlusconismo. Sostanzialmente per noi portare fuori dall’Italia valori di libertà e democrazia è un po’ come esportare papaya e mango.

Ma, tornando all’incipit, in questi giorni la spedizione azzurra ha conquistato la 41esima medaglia d’oro con un militare di 28 anni. Evidentemente, come già accaduto in precedenza, a ritirare la medaglia e ad ascoltare l’inno d’Italia saranno i familiari del giovane. Non felicitazioni, ma condoglianze per loro. E’ proprio questa una delle peculiarità del gioco: quando viene conquistata una medaglia non ci sono mai troppi motivi per stare allegri e per festeggiare.

Un bottino ricco quello italiano, considerando anche le tantissime medaglie d’argento e di bronzo (leggi feriti). Certo, siamo lontanissimi dagli USA che occupano il primo posto nel medagliere. Ma, in fondo, chi ne strafotte degli americani!?! Addomesticati dai mass media, ci accorgiamo di ciò che avviene in Afghanistan soltanto quando si parla di italiani, tutto il resto interessa poco o nulla. Infatti, le oltre 1500 medaglie d’oro degli statunitensi non hanno mai fatto notizia nel bel paese.

Se i nostri organi di informazione mainstream non mostrano alcuna attenzione per i “medagliati” non italiani, figuriamoci se possono degnarsi di dedicare un qualche spazio per quanti non sono nemmeno presenti nel medagliere ufficiale. Occorre infatti fare una distinzione tra chi partecipa volontariamente a questo moderno “RisiKo!” e chi suo malgrado vi si trova coinvolto. Questo secondo gruppo, assai più numero del primo, conta soltanto per il 2010 (la “competizione” è in corso ormai da 10 anni!) 2421 civili, di questi evidentemente non pochi sono donne e bambini. Ma, al di là di sesso o età, si tratta comunque di persone che non hanno scelto un lavoro (con tutti i rischi del caso) che prevede di esportare la democrazia con le bombe. Per loro niente medaglia, niente cordoglio da parte della politica.

Quella stessa politica che spesso divide, ma che a volte finisce per unire i vari Bersani e Berlusconi in una stucchevole retorica bipartisan che pone in evidenza tutto il servilismo della nostra politica estera nei confronti degli USA. Ed è proprio in momenti come questi che nel linguaggio tornano in uso ossimori di dalemiana memoria come “guerra umanitaria”. Un modo come un altro per definire il gioco sporco.

Un gioco che tra le sue caratteristiche ha una durata del tutto indefinita. Molto facile iniziare, difficile finire. Invece, in quanto al luogo per le ostilità, si predilige scegliere territori oltre i confini dell’Impero (altrimenti che neocolonialismo sarebbe?!?) ma vi possono essere rare eccezioni.

Un esempio è di qualche giorno fa quando i signori americani della guerra, una volta appresa la notizia della sanguinosa strage in Norvegia, si sfregavano le mani all’idea di organizzare un qualcosa anche nel paese dei fiordi. Nella nostra Italietta qualcuno già ci dava dentro con l’autoerotismo; “Libero” e “Il Giornale” si superavano titolando entusiasti “sono sempre loro, ci attaccano” e “contro l’Islam il buonismo non paga”. L’onorevole Fiamma Nirenstein con un editoriale sputava odio e rancore verso l’Islam.  Cose da premio Pulitzer.

Poi, qualche ora più tardi, la delusione per la Nirenstein, per Feltri, per Sallusti, per Belpietro e soprattutto per i ministri della guerra: l’autore dell’attentato terroristico in Norvegia è un nazionalista, islamofobo e fondamentalista cristiano. Insomma, uno che in quanto a idee sull’Islam non è troppo diverso da loro. Benissimo lottare contro ogni fondamentalismo religioso, ma dagli USA fanno sapere che non appare opportuno cominciare con i bombardamenti anche sui luoghi di culto della cristianità (protestante o cattolica che sia) nella “civilissima” Europa. Per il momento i campionati di biathlon geopolitico proseguono fuori dal vecchio continente.

 

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