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Metamorfosi – Fausto Bertinotti

6 Ottobre 1998, Massimo Giannini per Repubblica intervista l’allora segretario di Rifondazione Comunista, Bertinotti. Sono i giorni che segneranno la storia politica dei successivi quindici anni. Con quella sciagurata decisione, il PRC,  fa cadere il governo Prodi, aprendo la strada all’avvento del Berlusconismo. A spianarla definitivamente ci penserà D’Alema che preferì evitare il voto degli italiani, pur di salire a Palazzo Chigi.   313 i no, 312 i si: un solo voto ha segnato la Storia recente d’Italia. In nome di una sedicente purezza, si consuma questa che per le conseguenze si può chiaramente definire una “tragedia moderna”.

Bertinotti

 


Onorevole Bertinotti, ironie a parte, la rottura precipita il Paese e il suo partito in un gorgo. Cossutta si è dimesso: è grave…
“Non me lo aspettavo. Io capisco il dissenso, ma contesto il movente: la scelta della rottura è tutto fuorchè avventurista, come invece scrive Cossutta. Può essere opinabile ma ci sta tutta, dentro la cultura e la storia di un partito comunista. Non è un salto nel buio. Abbiamo discusso per due giorni, alla luce del sole e dei riflettori di radio e Tv. E’ stata una grande prova di democrazia, di cui dovremo essere orgogliosi…”.
Lei lo sarà pure, ma Cossutta pare proprio di no.
“E me ne dispiace. Per questo lo invito a ripensarci. Al di là del dissenso, il suo ruolo di presidente del partito non è in discussione. Ma se non cambierà idea, sarà una voluta drammatizzazione della vicenda politica”. Lui dice di avvertire la pressione di migliaia di militanti, che gridano “no alla crisi”. Lei non le sente, queste grida? “Non so dove Cossutta avverta queste pressioni. Al partito non le sentiamo affatto. Anzi”.
Anche nell’ottobre ’97 era convinto di avere la sua gente alle spalle: oggi non teme una crisi di rigetto più acuta?
“Nella crisi del ’97 avevamo un partito compatto contro il governo, e un’area circostante fortemente critica, con protagonismi significativi come il pullman di metalmeccanici che arrivò da Brescia, per invitarci all’accordo. Stavolta è diverso: c’è una divisione nei vertici del partito, una convergenza sulla rottura, e l’opinione circostante è molto mossa. Non esiste una vera “massa critica” contro la nostra decisione. Non si sono mossi i pullman. Se i segnali dalle sezioni periferiche, dalle fabbriche, dai circoli, sono indicativi, la scelta della rottura ha larghe possibilità di convincere”.

Nel “popolo di Sinistra” saranno in tanti a non capire.
“Aree di sofferenza ce ne saranno. Dopo le sconfitte degli anni 80 nella Sinistra si sono infiltrati scampoli di rassegnazione, atteggiamenti passivi improntati alla logica del ‘meno peggio’. Si è propagata una sorta di ‘nennismo’ della fase più moderata, quello che invocava il Centro Sinistra non per produrre le svolte riformatrici, ma come risposta allo slogan “le masse sono stanche”. Ma stavolta, di fronte al fallimento del governo sul lavoro e sulle politiche sociali, il “menopeggismo” ha meno forza di interdizione nei nostri confronti: e questo riapre la prospettiva del movimento, dell’alternativa”.
E qui c’è la “mutazione genetica”, come dicono i cossuttiani?
“E’ una polemica strumentale. Io chiedo: ma il “gene” di Rifondazione era dunque quello di stare al governo sempre e comunque? I due corni del dilemma, “svolta o rottura”, che abbiamo condiviso tutti nel partito, erano iscritti nel nostro Dna. Negarlo oggi non ha senso: per essere coerenti, bisognava semmai rifiutare allora quel dilemma. Quindi, se c’è stata mutazione genetica, si può dire che l’abbiamo decisa insieme”.
La ricerca demartiniana degli “equilibri più avanzati” significa davvero che scommettete su un governo D’Alema?
“Uno spostamento a Sinistra dell’asse politico, in Italia, è realistico. Dobbiamo ragionare in una prospettiva europea. Si delinea un’opzione tra un modello atlantico e nord-americano, quello del Welfare dei poveri, e un modello che salva le ragioni di una civiltà europea, dentro e contro le linee guida delle politiche neo-liberiste. Fino a qualche mese fa queste ragioni erano imprigionate nella camicia di forza di Maastricht, mentre la globalizzazione cantava le magnifiche sorti e progressive. Adesso, con l’Euro alle spalle, una recessione alle porte e la globalizzazione precipitata in crisi mondiale, si apre a Sinistra una potenzialità enorme”.
Possibile che la vediate solo voi, comunisti italiani?
“Ma è tutta la Sinistra che si interroga, su questa potenzialità! La stessa socialdemocrazia europea è irrisolta, di fronte al dilemma: liberismo temperato o opzione riformatrice? Cioè modello Blair o modello Jospin? E’ ora di scioglierlo, quel dilemma: e il fatto che anche la Locomotiva tedesca vada a Sinistra toglie ogni alibi: adesso non si può più dire “il Patto di stabilità non si tocca, le politiche neo-keynesiane sono impensabili, perchè in Germania c’è Kohl”. Adesso c’è Schroeder. E dunque, Hic Rhodus, hic salta”.
Lei ha sfiduciato il governo più a Sinistra che si possa immaginare, oggi. Questo, con Schroeder, c’entra poco.
C’entra, perché noi non potevamo, se non per una pulsione suicida, dare la nostra benedizione di comunisti a un governo che promuove una politica neo- moderata. Non potevamo far passare nel resto d’Europa l’ idea che certe scelte si possono fare anche a braccetto di una Sinistra d’alternativa, come la nostra. Per questo è venuta la rottura: con questa Finanziaria il governo ha messo un macigno in mezzo alla strada riformatrice. Andava rimosso, per rendere possibile uno spostamento degli equilibri a Sinistra”.
Le richiedo: puntate a una staffetta Prodi-D’Alema?
“Evitiamo le personalizzazioni.Per dare dignità a questo processo riformatore bisogna pensare nel medio periodo”.

Giusto. E nel frattempo? C’è una Finanziaria da approvare: forse Prodi andrà avanti, con un governo meno di Sinistra di questo. Oppure si vota, e magari vincerà il Polo. In tutti e due i casi, tornerete all’opposizione?
“Nel frattempo ce ne andremo all’opposizione. Anche a lungo, se serve. Passeremo per tensioni, arretramenti drammatici, un passo avanti e due indietro. Sarà un processo lento. Ma una svolta come quella che noi auspichiamo non si fa in provetta, qui ed ora. Il discrimine è proprio questa Finanziaria, che è la base di un progetto neo-moderato, il cui perno è l’integrazione della classe operaia. Andrà avanti questo governo? Ne verrà un altro per far passare questa Finanziaria? Per noi non c’è altro che dire ‘teniamo botta’”.
Bella soddisfazione.
“Vedrà, esploderanno conflitti anche nella maggioranza attuale, senza il nostro apporto. Vedo tra i Popolari una rischiosa curva moderata, che li spinge a dire “andiamo avanti col sostegno dell’Udr”. Ma a Sinistra del Centro Sinistra la società, con i suoi disagi, finirà col prendersi una rivincita. Non reggerà certe contraddizioni”.
Da bravi marxisti scommettete su queste contraddizioni. Non era meglio “gestirle” dentro una logica di governo, e non da eterni oppositori?

“No. Questa Finanziaria non è insufficiente, è la negazione delle riforme sociali”.
Un altro governo, senza Rifondazione, non sarà più clemente con i ceti deboli.
“Perchè questa Finanziaria lo è? Avevo chiesto l’abolizione dei ticket, e non solo non c’è, ma è stata introdotta solo per gli “esenti”, solo per alcune prestazioni e nemmeno estesa ai farmaci! E questa è giustizia sociale? L’idea di un sussidio ai giovani disoccupati del Sud non è stata nemmeno presa in considerazione, così come l’intervento pubblico in economia, le assunzioni dirette dello Stato, niente”.
Così avete gettato alle ortiche due anni di Centro Sinistra, durante i quali avevate accumulato un discreto capitale politico e parecchie vittorie, che ora dissipate. Non è così?
“No. Questi due anni con l’Ulivo per noi si chiudono in pareggio. L’andamento delle politiche di governo è stato sinusoidale. Le forze moderate hanno avuto il primato sulle scelte macro-economiche, mentre noi siamo riusciti ad erigere difese sulle politiche sociali. Su Maastricht abbiamo aderito a certe scelte, per scongiurare il massacro sociale. Abbiamo ottenuto passi avanti, come le 35 ore, ma drastici arretramenti, come le privatizzazioni e il peggioramento delle condizioni lavorative con i patti territoriali”.
Parafrasando il Migliore, è stato un esempio di riformismo “progressivo”.
“Nego la tesi dello sviluppo lineare. Purtroppo non ce l’abbiamo fatta, ad imprimerlo a questo governo. Da questo punto di vista, abbiamo perso anche noi”.
Non solo. Dopo la mossa di Cossutta la scissione diventa quasi certa.
“Io proverò ad evitarla, fino all’ultimo. Non ci avevo mai creduto: ora sono preoccupato davvero. La divisione con Cossutta, dopo anni di lavoro comune, è l’ aspetto doloroso di una scelta della quale invece sono più che convinto. Ma una cosa è certa: chi voterà per Prodi, si metterà di fatto fuori dal partito”.

 

Estate 2014, metamorfosi completa: “Oggi è giusto essere liberali”

“Questo mondo, il comunismo, è stato sconfitto dalla falsificazione della sua tesi e da un cambiamento della scena del mondo che possiamo chiamare globalizzazione e capitalismo finanziario. Nel momento in cui questa scena viene cambiata io penso che la cultura liberale, che è stata attenta più di me e della mia cultura, all’individuo, cioè alla difesa dei diritti dell’individuo o della persona, contro tutti i poteri economici e anche lo stato, questa cultura è indispensabile per intraprendere il nuovo cammino di liberazione”.

Sembra davvero di assistere sulla scena del mondo di una parola profetica. Cioè il Pontefice sembra avere riacquistato una vitalità, non casualmente nasce da un atto rivoluzionario, cioè dalle imprevedibili dimissioni di un Papa. Finché non è avvenuto nessuno poteva immaginare che un Papa si potesse dimettere.

 

fonte:

http://www.repubblica.it/online/fatti/rifondazione/interv/interv.html

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Umberto Zimarri
..Io, giullare da niente, ma indignato, anch'io qui canto con parola sfinita, con un ruggito che diventa belato, ma a te dedico queste parole da poco che sottendono solo un vizio antico sperando però che tu non le prenda come un gioco, tu, ipocrita uditore, mio simile... mio amico...

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