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LIB(e)RO PENSIERO n.8 – L’altra faccia della vita

 
<< Di solito attribuiamo alla nostra idea dell’ignoto il colore delle nostre nozioni del noto.
Se la morte la definiamo un sonno, è perché essa ci sembra un sonno dal di fuori; se chiamiamo la morte una nuova vita è perché ci sembra una cosa diversa dalla vita.
Attraverso piccoli malintesi nei confronti del reale noi costruiamo le fedi e le speranze, e così ci nutriamo di croste che chiamiamo dolci, come i bambini poveri che giocano ad essere felici.
Ma così è la vita; o almeno è così quel particolare sistema di vita che di norma è definito civiltà. La civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non è il suo, e poi sognare sul risultato. E in verità il nome falso e il sogno vero creano una nuova realtà. L’oggetto diventa veramente altro, perché noi l’abbiamo reso altro. Fabbrichiamo realtà. La materia prima è ancora la stessa ma la forma che l’arte le conferisce la allontana da se stessa.
Un tavolo di pino è legno di pino, ma è anche tavolo. Ci sediamo al tavolo e non al pino.
Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l’istinto sessuale, ma presupponendo un altro sentimento. E quella supposizione è ormai, in effetti, un altro sentimento.
Non so quale effetto sottile di luce, o rumore vago, o ricordo di profumo o musica suonata da non so quale influenza esterna mi abbiano evocato all’improvviso, mentre passeggiavo per la strada, queste divagazioni che registro senza fretta mentre mi siedo distrattamente al caffè. Non so dove portavo i miei pensieri o dove avrei preferito portarli. E’ una giornata di leggera nebbia umida e calda, triste ma non minacciosa, immotivamente monotona. Sento pena per un sentimento che ignoro, mi manca un argomento su qualcosa che non conosco, i miei versi sono privi di volontà.
[…]
La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente. E’ un viaggio dello spirito attraverso la materia, e poichè è lo spirito che viaggia, è in esso che noi viviamo. Ci sono perciò anime contemplative che hanno vissuto più intensamente, più largamente, più tumultuosamente di altre che hanno vissuto la vita esterna. Conta il risultato. Ciò che abbiamo sentito è ciò che abbiamo vissuto. Si ritorna stanchi da un sogno come da un lavoro reale. Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto.
[…]
Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. E’ un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima.
Allora tutte le idee che hanno fatto pulsare la nostra vita, i progetti, le ambizioni su cui abbiamo fondato la speranza del futuro, si strappano come se il vento le investisse, si aprono come se fossero nuvole, si dileguano come ceneri di nebbia, stracci di ciò che non fu e che non potrebbe essere stato. E dietro alla disfatta sorge, pura, la solitudine nera e implacabile del cielo deserto e stellato. Il mistero della vita ci addolora e ci spaventa con tutti i suoi volti. A volte piomba su di noi come un fantasma senza forma, e l’anima si raggela per lo spavento più terribile: la paura dell’incarnazione mostruosa del non-essere. Altre volte esso sta alle nostre spalle, mostrandosi soltando quando non voltiamo la testa per guardarlo, ed è la verità tutt’intera nel suo profondissimo orrore di non conoscerla.
Ma questo orrore che oggi mi annichilisce è meno nobile, è più corrosivo. E’ il desiderio di non voler pensare, è il desiderio di non essere mai stato nulla, è la disperazione consapevole di tutte le cellule del tessuto dell’anima. E’ la sensazione improvvisa di essere imprigionato in una cella infinita. Dove si può pensare di fuggire, se la sola cella è tutto?
E allora ho un desiderio dilagante e assurdo, come un satanismo precedente a Satana: che un giorno, un giorno privo di tempo e di sostanza, sia possibile evadere da Dio, e che, in forma ignota, il più profondo di noi non appartenga più all’essere o al non essere. >>
 
 

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano 2000, pp 76-77, 97, 142-143.

 

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Mirco Zurlo
"Quando non si conosce la verità di una cosa, è bene che vi sia un errore comune che fissi la mente degli uomini. La malattia principale dell'uomo è la malattia inquieta delle cose che non può conoscere; e per lui è minor male essere nell'errore che in quella curiosità inutile".

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