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LIB(e)RO PENSIERO n. 31 – Educazione siberiana

« Nonno Kuzja mi ha insegnato le vecchie regole di comportamento criminale, che nei tempi moderni aveva visto cambiare sotto i suoi occhi. Era preoccupato, perché diceva che tutto comincia sempre dalle piccole cose che sembrano poco importanti, e alla fine si arriva alla totale perdita della propria identità.

Per farmelo entrare nella zucca mi raccontava spesso una fiaba siberiana, una specie di metafora, il cui senso era proprio la perdita di dignità degli uomini che seguono una via sbagliata, attirati da falsi benefici.

Lupi-menaggioQuella fiaba parlava di un branco di lupi che erano messi un po’ male perché non mangiavano da parecchio tempo, insomma attraversavano un brutto periodo. Il vecchio lupo capo branco però tranquillizzava tutti, chiedeva ai suoi compagni di avere pazienza e aspettare, tanto prima o poi sarebbero passati branchi di cinghiali o di cervi, e loro avrebbero fatto una caccia ricca e si sarebbero finalmente riempiti la pancia.
Un lupo giovane, però, che non aveva nessuna voglia di aspettare, si mise a cercare una soluzione rapida al problema. Decise di uscire dal bosco e di andare a chiedere il cibo agli uomini. Il vecchio lupo provò a fermarlo, disse che se lui fosse andato a prendere il cibo dagli uomini sarebbe cambiato e non sarebbe più stato un lupo. Il giovane lupo non lo prese sul serio, rispose con cattiveria che per riempire lo stomaco non serviva a niente seguire regole precise, l’importante era riempirlo. Detto questo, se ne andò verso il villaggio.

Gli uomini lo nutrirono coi loro avanzi, e ogni volta che il giovane lupo si riempiva lo stomaco pensava di tornare nel bosco per unirsi agli altri, però poi lo prendeva il sonno e lui rimandava ogni volta il ritorno, finché non dimenticò completamente la vita di branco, il piacere della caccia, l’emozione di dividere la preda con i compagni.

Cominciò ad andare a caccia con gli uomini, ad aiutare loro anziché i lupi con cui era nato e cresciuto. Un giorno, durante la caccia, un uomo sparò a un vecchio lupo che cadde a terra ferito. Il giovane lupo corse verso di lui per portarlo al suo padrone, e mentre cercava di prenderlo con i denti si accorse che era il vecchio capo branco. Si vergognò, non sapeva cosa dirgli. Fu il vecchio lupo a riempire quel silenzio con le sue ultime parole:

“Ho vissuto la mia vita come un lupo degno, ho cacciato molto e ho diviso con i miei fratelli tante prede, così adesso sto morendo felice. Invece tu vivrai la tua vita nella vergogna, da solo, in un mondo a cui non appartieni, perché hai rifiutato la dignità di lupo libero per avere la pancia piena. Sei diventato indegno. Ovunque andrai, tutti ti tratteranno con disprezzo, non appartieni né al mondo dei lupi né a quello degli uomini . . . Così capirai che la fame viene e passa, ma la dignità una volta persa non torna più.”

Questa parte finale era la mia preferita, perché quelle parole del vecchio lupo erano un autentico distillato di filosofia criminale, e mentre nonno Kuzja le pronunciava ci rispecchiava dentro la sua vita vissuta, il suo modo di vedere e capire il mondo.

Mi sono tornate in mente qualche anno dopo, mentre con un treno mi stavano portando in un carcere minorile. Una guardia aveva deciso di sua volontà di distribuire dei pezzi di salame. Avevamo fame, e tanti si erano buttati avidamente su quel salame per divorarlo. Io l’avevo rifiutato, un ragazzo mi avevo chiesto perché e io gli avevo raccontato la storia del lupo indegno. Lui non mi aveva capito, ma quando siamo arrivati a destinazione la guardia che aveva distribuito il salame ha annunciato sul piazzale principale, davanti a tutti, che prima di darcelo lo aveva messo nel cesso.

[…]

“Guarda come siamo messi, figliolo . . . Gli uomini nascono felici, però si autoconvincono che la felicità è qualcosa che devono trovare nella vita . . . E cosa siamo? Un branco di animali senza istinto, che seguono idee sbagliate, cercando quello che già hanno . . .”

Una volta, mentre eravamo a pesca, parlavamo proprio di felicità. A un certo punto, lui mi ha chiesto:
Guarda gli animali, secondo te loro ne sanno qualcosa della felicità?

Beh, penso che anche gli animali ogni tanto si sentono tristi o felici, solo che non riescono a esprimere i loro sentimenti . . .  – ho risposto io.

Lui mi ha guardato in silenzio e poi ha detto: – E lo sai perché Dio ha dato all’uomo una vita più lunga di quella degli animali?

No, non ci ho mai pensato . . .

Perché gli animali vivono seguendo il loro istinto e non fanno sbagli. L’uomo vive seguendo la ragione, quindi ha bisogno di una parte della vita per fare sbagli, un’altra per poterlo capire, e una terza per cercare di vivere senza sbagliare.

[…]

Gli adulti hanno cominciato a fare attentati al pollo, il quale mantenendo sempre la calma e in maniera decisamente efficace riusciva ogni volta a sfuggire. Dopo un quarto d’ora d’inutili tentativi, i tre uomini erano senza fiato, e guardavano il pollo che con la stessa determinazione di prima continuava a scavare la terra e a farsi i suoi affari da pollo. Mio padre mi ha sorriso, dicendo:

Lasciamolo vivere, questo pollo. Non ammazziamolo mai: che stia qui, in giardino, libero di fare quello che vuole.

educazione siberianaLa sera ho raccontato a mio nonno quello che era successo. Lui ha riso tanto, e poi mi ha chiesto se io ero d’accordo con la decisione di mio padre. Gli ho risposto con una domanda: – Perché liberare quel pollo e non gli altri?

Nonno mi ha guardato con un sorriso e ha detto: – Solo chi apprezza veramente la vita e la libertà, e combatte fino in fondo, merita di vivere libero… Anche se è un semplice pollo.

Io ci ho pensato un po’ su e gli ho chiesto: – E se tutti i polli un giorno diventassero come lui?

Dopo una lunga pausa nonno ha detto: – Allora bisognerà abituarsi a cenare senza zuppa di pollo…

[…]

Boris non sapeva niente di questa situazione, perché la sua mente di bambino non contemplava la realtà, tanto più la realtà fatta di violenza brutale e di logiche politico-militari. Lui voleva guidare il suo treno, e lo faceva anche di notte, perché come altri treni in tutto il mondo, pure il suo treno a volte andava avanti di notte… Una sera, mentre andava verso la ferrovia, i militari gli hanno sparato alla schiena come dei vigliacchi, senza neanche uscire dalla macchina blindata, e l’hanno lasciato morto sulla strada.

Quando l’ho saputo mi sono sentito subito adulto, qualcosa dentro di me è morto per sempre: l’ho avvertito molto bene, è stata una sensazione quasi fisica, quando attraverso il tuo corpo ti rendi conto che certe idee, fantasie, comportamenti, non li riavrai mai più, per colpa del peso che ti è caduto sulle spalle.

[…]

siberiana_4Dopo mi son capitate parecchie cose, ma passando tra tutte le esperienze ho continuato a pensare che la legge siberiana aveva ragione: nessuna forza politica, nessun potere imposto con una bandiera vale tanto quanto la libertà naturale di ogni singola persona.

[…]

Nella mia testa giravano tante cose, un misto di ricordi e di sensazioni rauche, come se mi fossi lasciato dietro qualcosa di non finito, o di eseguito male. Era un momento triste per me, non provavo nessuna soddisfazione. Non riuscivo a smettere di pensare a quello che era accaduto a Ksjuša. Impossibile sentire la pace.

Qualche tempo dopo ne ho parlato con nonno Kuzja.

Era giusto punirli per quello che hanno fatto, – gli ho detto, – però punendoli non abbiamo aiutato Ksjuša. Quello che mi tortura ancora è il suo dolore, contro il quale tutta la nostra giustizia è stata inutile.

Lui mi ha ascoltato attentamente, poi mi ha sorriso e mi ha detto che io dovevo ripercorrere la strada del fratello maggiore di mio nonno, e cioè andare a vivere da solo nei boschi, in mezzo alla natura, perché ero troppo umano per vivere in mezzo agli uomini.

[…]

Era un periodo molto strano per me, leggevo tanto, conoscevo persone sempre nuove e cominciavo a capire che la via del crimine, che prima definivo buona e onesta, era una via estrema, che la società definiva fuori dal comune.

Ma anche la società non mi faceva una gran bella impressione, la gente mi sembrava cieca e sorda davanti ai problemi degli altri e persino ai suoi stessi problemi. Non riuscivo a capire i meccanismi che mandavano avanti il mondo ‘normale’, dove le persone alla fine rimanevano divise, senza avere niente in comune, senza provare il piacere di condividere le cose.

La tipica morale mi faceva arrabbiare, tutti erano pronti a giudicarti, a criticare la tua vita, ma poi loro stessi non andavano oltre le serate davanti la televisione, la voglia di riempire il frigo con cibo buono e a basso costo, di ubriacarsi tutti insieme alla festa di famiglia, invidiare i vicini e cercare di essere a loro volta invidiati.

Macchine belle, preferibilmente straniere, vestiti uguali per essere come tutti gli altri, sabato sera al bar del paese per farsi belli, raccontare agli altri che tutto è a posto, che gli affari vanno bene, anche se sei solo un umile lavoratore sfruttato e non sei capace di vedere la vera realtà della tua vita.

Il consumismo russo post-sovietico era una cosa impressionante, per uno come me. La gente si lasciava affogare nei detersivi di marca e nei dentifrici, tutti bevevano per forza solo bevande provenienti dall’estero e le donne si spalmavano addosso una quantità industriale di creme francesi, pubblicizzate ogni giorno in televisione, credendo che le avrebbero fatte diventare come le modelle degli spot.

Ero stanco, disorientato, non credevo che in questa vita sarei riuscito a realizzarmi in qualche modo onesto e utile.

[…]

Io ho lasciato il mio Paese, sono passato attraverso tante esperienze e storie diverse, ho cercato di fare della mia vita quello che credevo giusto, ma sono ancora tanto incerto su molte cose che fanno girare il mondo. Soprattutto, più vado avanti più mi convinco che la giustizia è sbagliata come concetto, almeno quella umana…»

Nicolai Lilin, “Educazione siberiana”, Einaudi, Torino 2009.

Gli altri LIB(e)RO PENSIERO: http://www.lindifferenziato.com/category/cultura/libri/libero-pensiero-libri/

LIB(e)RO PENSIERO n. 31 – Educazione siberiana
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Mirco Zurlo
"Quando non si conosce la verità di una cosa, è bene che vi sia un errore comune che fissi la mente degli uomini. La malattia principale dell'uomo è la malattia inquieta delle cose che non può conoscere; e per lui è minor male essere nell'errore che in quella curiosità inutile".

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