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Fringe, serie tv di confine

Ci siamo. Venerdì 23 settembre. Una data cerchiata sul calendario di tutti quei telespettatori rimasti a bocca aperta dopo il season finale della terza stagione di Fringe. Tra poche ore avremo finalmente il piacere di vedere Neither here nor there, titolo del primo dei ventidue episodi che andranno a comporre l’attesa quarta stagione. La ripresa di Fringe offre il pretesto per far conoscere – seppur in maniera approssimativa – questa serie ai quei pochissimi lettori  che perplessi si staranno già chiedendo Fringe!? E che caz è? .

Per capire qualcosa di questo prodotto televisivo bisogna necessariamente partire dall’origine dello stesso, precisando che il progetto nasce nel 2008 dalle menti di J.J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci. Ora, passino pure Kurtzman e Orci (già sceneggiatori di Alias), ma se nemmeno il nome di J.J. Abrams vi dice granché, beh, fate in modo di colmare al più presto questa smisurata lacuna. Consiglio appassionato.

Ma, torniamo a noi. L’episodio pilota, ormai tre anni fa, si apriva con un aereo di linea che partito da Amburgo (stavo per scrivere “Sidney”) atterra all’aeroporto di Boston. Nessun segno di vita a bordo e finestrini impiastricciati di sangue. I passeggeri e i membri dell’equipaggio paiono essere stati stroncati da una misteriosa epidemia. L’agente dell’FBI Olivia Dunham (come direbbero a La vita in diretta “la bella e brava” Anna Torv) riceve l’incarico di investigare sull’incidente. Olivia è dunque decisa nel rintracciare l’unico uomo che potrebbe aiutarla a risolvere il caso: il dottor Walter Bishop (John Noble) un geniale, quanto folle, scienziato rinchiuso da anni in un istituto psichiatrico. Ma, guarda un po’,  c’è un problema: il dottor Bishop può lasciare l’ospedale St. Claire soltanto sotto la custodia di un familiare. Olivia parte quindi per l’Iraq (???) alla ricerca del figlio dello scienziato, Peter Bishop (Joshua Jackson, il Pacey di Dawson’s Creek. Argh!). Bishop junior, seppur dotato di un QI degno del padre, ha tutte le caratteristiche del disadattato, vive di espedienti e sembra non aver alcun intenzione di aiutare l’agente Dunham. E mi fermo qui consapevole che se continuassi potrei, mio malgrado, affossare definitivamente questa serie tv.

Difatti, comprendo bene che detta in questi termini la trama iniziale può apparire poco originale, abbastanza scialba e alla stregua di un b-movie. In realtà, la struttura narrativa di Fringe è solidissima e si snoda attraverso un’ampia introspezione dei personaggi, ben caratterizzati, a tratti spigolosi, certo mai banali. Non mancano poi quelle dualità tanto care ad Abrams: si pensi al tema dei rapporti padre/figlio reso qui ancor più evidente dalla costante presenza dei Bishop sulla scena. Fringe è un telefilm che stando almeno alle scritte che compaiono nella sigla iniziale (immagine a sx) dovrebbe occuparsi di teletrasporto, materia oscura, intelligenza artificiale, telecinesi, nanotecnologie, precognizione. A queste parole se ne aggiungeranno/sostituiranno altre con l’incedere della serie (evito volutamente spoiler), ma l’elemento centrale della trama è ciò che paradossalmente nella sigla non compare: l’essere umano con le sue domande. Fin dove un uomo può spingersi nella ricerca scientifica e tecnologia? C’è un limite per così dire “etico-morale”? E, se sì, qual è? Chi lo stabilisce? Cosa può succedere se uno scienziato si lascia prendere un po’ troppo la mano?

In molti definiscono la creazione di Abrams e soci come “una  serie di fantascienza”. Una definizione decisamente sbrigativa tanto che non sono mancati paragoni (certo lusinghieri, ma in parte fuorvianti) con serie epocali come X-Files. In realtà, le differenze tra i due telefilm sono notevoli. Infatti, sappiamo che per gran parte degli anni ’90 la coppia Mulder-Scully (dualismo fede e scienza) ebbe a che fare con ufo, alieni, cospirazioni e teorie del complotto. A distanza di un decennio, i protagonisti di Fringe non hanno come motto l’ I want to believe impresso sul celebre poster presente nell’ufficio di Fox Mulder. In Fringe anche eventi inconcepibili e fenomeni apparentemente sovrannaturali finiscono per essere chiariti attraverso il progresso tecnologico. Quella di Fringe è  una “scienza di confine” (fringe science, appunto), quindi teorie e ricerche razionali che però si collocano lungo i bordi della scienza ufficialmente riconosciuta. Non mancano certo i punti di contatto con X-files ed è lo stesso Abrams a segnalare la serie di Chris Carter come sua fonte d’ispirazione. Tuttavia, almeno a chi scrive, la discendenza appare solo in parte diretta. Semmai, i due lavori possono condividere un archetipo comune come The Twilight Zone-Ai confini della realtà. Serie americana anni ’60 che ebbe tra gli sceneggiatori anche Ray Bradbury (Fahrenheit 451, Cronache Marziane, etc.). Consigliatissima.

E’ stato detto di X-files, di Ai confini della realtà e si potrebbe dire di molto ancora. Infatti, chi conosce J.J. Abrams sa bene che il citazionismo è uno dei suoi marchi di fabbrica. Pertanto, le citazioni “colte” qui non mancano e tra i titoli degli episodi possiamo leggere un lynchiano Northwest passage (s2e21) o Do shapeshifters dream of electric sheep? (s3e4) come un palese omaggio a Philip K. Dick e più in generale al mondo di Blade Runner. Può persino succedere che, nell’episodio The firefly, l’istrionico Walter Bishop vanti amicizie con un tale dottor Jacoby! (vedi foto a lato).  In sostanza, per dirla alla Pablo Picasso (o alla Renè Ferretti) “solo il mediocre copia, il genio ruba”. Abrams è della seconda categoria.

Fringe è evidentemente uno show imperdibile e non solo per gli appassionati del genere sci-fi. Certo, se state cercando una serie per così dire “usa e getta” il consiglio è quello di guardare altrove. Gli episodi di questo telefilm sono puntualmente disseminati di piccoli/grandi misteri e chiaramente tutto ciò non fa che accrescere la curiosità dello spettatore che di settimana in settimana continua a formulare teorie (errate!) nell’attesa di vedere come andrà a finire.

AVVERTENZE. 1- Può dare dipendenza. 2- Tenersi alla larga dalla versione con il doppiaggio in italiano.

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Il saltimbanco

16 Commenti

  1. loscemodelvillaggio
    loscemodelvillaggio

    Cazzo quindi-tra la altre cose-andrebbe visto nientedimeno che in inglese o tuttalpiù coi sottotitoli??!
    Devo dire che però è interessante il tema centrale che riguarda la scienza.Fin dove ci si può spingere e chi può stabilirne i limiti?Tema affascinante e per niente irreale.

    • Il saltimbanco

      Nulla contro il doppiaggio italiano che, come sostengono molti, rimane tra i migliori al mondo. Discorso valido per il cinema, meno per la televisione. Non perché i doppiatori dei telefilm non siano bravi, generalmente sono gli stessi … 😉 Però, in TV le voci spesso vengono assegnate un po’ a casaccio; senza considerare le caratteristiche del personaggio della fiction e, a volte, senza tenere conto di una qualche minima somiglianza con il modo di recitare dell’attore.

      Per queste ragioni consigliavo di evitare la versione doppiata.
      La soluzione ideale, per chi conosce molto bene l’inglese (non è il caso mio), sarebbe quella di seguire il telefilm in lingua originale.
      Un buon compromesso possono essere i sottotitoli che comunque hanno qualche “contro”: la lettura inevitabilmente distrae dalle immagini. Un vantaggio però c’è di sicuro ed è nella possibilità di evitare la lunghissima attesa tra la messa in onda originale e la prima tv italiana.

      Sul tema centrale della serie hai davvero ragione: molto interessante e di grande attualità.

      Saluti.

  2. Non esagerare.. stavolta aspetto il doppiaggio italiano.. basta sottotitoli, mi rifiuto! 😀
    La serie è molto carina, avvincente e ironicamente disgustosa, non mancano momenti di sentimentalismo da quattro soldi di cui non si può più fare a meno, quindi buona visione!

    P.S. dicunt, narrant, tradunt che l’autore dell’articolo avesse fatto molte critiche negative alla suddetta serie, che strano!

    • Il saltimbanco

      Fossi in te, Qfwfq, aspetterei proprio la messa in onda su Italiaaa…..UNO!
      Si tratta di rinviare la visione forse di due anni, ma ne vale sicuramente la pena! Basti pensare a Olivia e Broyles con le voci di Rachel e Ross. Fri(ng)ends, amici di confine. 😉

      Sulle critiche hai ragione. Inizialmente alcuni episodi autoconclusivi mi avevano lasciato un po’ perplesso. Lo ammetto.
      Ma, il grandioso finale della prima stagione e il cambio di rotta nella seconda e nella terza mi hanno fatto ricredere. Volevo scrivere anche di questo, ma ero andato già un po’ oltre… e poi ci sarebbe stato il rischio di fare spoiler.

      Comunque, che dire…
      Buona attesa! 🙂

      PS s04e01 in download.

  3. Mauro Stracqualursi

    Prendendo come scala di valore Lost, che voto dai a Fringe??
    “Pilot”…

    • Il saltimbanco

      Lester, mi metti in difficoltà con questa domanda. 😉
      Parliamo di due serie tanto diverse tra loro per molteplici ragioni con Lost ormai concluso e Fringe a metà del suo percorso. Sarebbe un po’ come dare un voto a, non so, Full Metal Jacket dopo aver visto solo il primo tempo e avendo come punto di riferimento Barry Lindon o 2001.

      Certo, facendo un paragone (probabilmente forzato) tra le prime 3 stagioni dei 2 telefilm ne verrebbe fuori una roba tipo 6-1 6-3 6-4 per Jack e compagnia.
      Gioco, partita, incontro.
      Ma, questo non è tennis, i set in programma (rischio cancellazione permettendo) sono 6 e la fase conclusiva di Lost mi ha lasciato in alcuni momenti perplesso.
      Quindi, aspetto (più o meno) fiducioso.
      Ad ogni modo, almeno fino a questo momento, per me la serie complessivamente è da minimo 7,5
      Stesso voto anche per l’episodio pilota che nel caso di Lost è da 9.

  4. PiccolaIena

    Io su consiglio di Lester ho visto la puntata pilota. Sicuramente avvincente ma come direbbe qualcuno “non m’ha preso!”. Probabilmente nessuna serie lo farà più dopo Lost! Per quanto riguarda il doppiaggio devo dire che ci è voluto un pò per abituarci ai sottotitoli ma guardare un telefilm in lingua originale è tutta un’altra cosa: molto molto meglio!

    • Il saltimbanco

      Comprendo bene le perplessità di PiccolaIena e anch’ io non ho avuto poche difficoltà nel legarmi a una qualche serie TV nel periodo immediatamente successivo alla chiusura di Lost.
      Poi, vabbè, io avevo scelto FlashForward come potenziale erede, quindi… 🙁

      Namaste

  5. Matteo

    bella serie e si va in crescendo…….la prima stagione nn mi è piaciuta piu di tanto ma ora mi sta prendendo!!….nn sono ai livelli di lost e nn finirò di vedere stagioni in 3 o 4 giorni ma dalla seconda stagione il livello si è alzato…

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