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LIB(e)RO PENSIERO n. 29 – Stigma: fuori il diverso

Cara signorina Cuorisolitari,
ho sedici anni e non so cosa fare. Gradirei molto che Lei me lo dicesse. Quando ero piccola, le cose non andavano tanto male, perché mi ero abituata ai ragazzini del quartiere che mi prendevano in giro, ma ora mi piacerebbe uscire con i ragazzi come fanno le altre, il sabato sera, ma nessuno mi porta fuori perché sono nata senza naso, sebbene sia un’ottima ballerina, abbia un bel personale e mio padre mi compri dei bei vestiti.
Tutto il giorno mi guardo allo specchio e piango. Proprio in mezzo al viso ho un grosso buco che spaventa la gente e spaventa anche me. Capisco benissimo che i ragazzi non vogliano uscire con me. Mia madre mi vuole bene ma piange tutte le volte che mi guarda.
Cosa ho fatto per meritarmi un destino così terribile? Se anche ho commesso qualche cattiva azione non è stato certamente prima che avessi un anno, e io ho questo difetto fin dalla nascita. Ho chiesto a mio padre e lui dice che non lo sa, ma che forse ho fatto qualche cosa nell’altro mondo prima di nascere o forse vengo punita in questo modo per i suoi peccati. Non ci credo perché mio padre è una brava persona. Devo suicidarmi?
Con i migliori saluti,
Disperata.

bambino mondo

« I greci, i quali sembra fossero molto versati nell’uso di mezzi di comunicazione visiva, dettero origine alla parola stigma per indicare quei segni fisici che caratterizzano quel tanto di insolito e criticabile della condizione morale di chi li ha. Questi segni venivano incisi col coltello o impressi a fuoco nel corpo e rendevano chiaro a tutti che chi li portava era uno schiavo, un criminale, un traditore, o comunque una persona segnata, un paria che doveva essere evitato specialmente nei luoghi pubblici.

[…]

E’ la società a stabilire quali strumenti debbano essere usati per dividere le persone in categorie e quale complesso di attributi debbano essere considerati ordinari e naturali nel definire l’appartenenza a una di quelle categorie. Sono i vari contesti sociali a determinare quali categorie di persone incontreremo, con maggiore probabilità, all’interno di tali contesti. La consuetudine sociale nei confronti di questi contesti stabiliti ci permette, senza una particolare attenzione o analisi approfondita, di instaurare un rapporto con le persone la cui presenza avevamo previsto.

Quando ci troviamo davanti un estraneo, è probabile che il suo aspetto immediato ci consenta di stabilire in anticipo a quale categoria appartiene e quali sono i suoi attributi, qual è, in altri termini la sua « identità sociale ». È meglio dire così piuttosto che « status sociale », perché in questo contesto attributi personali come «l’onestà» si presentano insieme ad attributi strutturali come « l’occupazione ».

Ci fidiamo delle presupposizioni che abbiamo fatto, le trasformiamo in attese normative e quindi in pretese inequivocabili.

E’ tipico non rendersi conto del fatto che siamo stati proprio noi a stabilire quei requisiti, quelle richieste, ed è altrettanto tipico che non siamo coscienti della loro natura finché non siamo costretti a decidere se corrispondono o no alla realtà.

[…]

stigma disegnoQuando quell’estraneo è davanti a noi, può darsi ci siano le prove che egli possiede un attributo che lo rende diverso dagli altri, dai membri della categoria di cui presumibilmente dovrebbe far parte, un attributo meno desiderabile. Concludendo si può, al limite, arrivare a giudicarlo come una persona cattiva, o pericolosa, o debole. Nella nostra mente, viene così declassato da persona completa e a cui siamo comunemente abituati, a persona segnata, screditata.

Tale attributo è uno stigma specialmente quando ha la capacità di esercitare un profondo effetto di discredito. Talvolta viene anche chiamato una mancanza, un handicap, una limitazione. […] Allora il termine stigma verrà ad essere usato per riferirsi ad un attributo profondamente dispregiativo.

Si possono elencare, grosso modo, tre tipi diversi di stigma. Al primo posto stanno le  deformazioni fisiche; al secondo gli aspetti criticabili del carattere che vengono percepiti come mancanza di volontà, passioni sfrenate o innaturali, credenze malefiche e dogmatiche, disonestà. Tali aspetti sono dedotti, per esempio, dalla conoscenza di malattie mentali, condanne penali, uso abituale di stupefacenti, alcolismo, omosessualità, disoccupazione, tentativi di suicidio e comportamento politico radicale. Infine ci sono gli stigmi tribali della razza, della nazione, della religione, che possono essere trasmessi di generazione in generazione e contaminare in egual misura tutti i membri di una famiglia.

Comunque in tutti questi esempi di stigma, ivi compresi quelli che avevano in mente i greci, spiccano le stesse caratteristiche sociologiche. Un individuo che potrebbe facilmente essere accolto in un ordinario rapporto sociale possiede una caratteristica su cui si focalizza l’attenzione di coloro che lo conoscono alienandoli da lui, spezzando il carattere positivo che gli altri suoi attributi potevano avere. Ha uno stigma, una diversità non desiderata rispetto a quanto noi avevamo anticipato.

Definirò normali quelli che, tutti come noi, non si discostano per qualche caratteristica negativa dai comportamenti che, nel caso specifico, ci aspettiamo da loro.

Sono ben noti gli atteggiamenti che noi “normali” teniamo di solito nei confronti di chi ha uno stigma, e il modo in cui lo trattiamo, perché sono proprio queste reazioni che un modo civile di praticare i rapporti sociali si sforza di addolcire e migliorare.

Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe.

Nella nostra conversazione quotidiana ci serviamo di termini specifici, come zoppo, bastardo, demente, che diventano una fonte di metafore e di immaginazione; è tipico che ormai non si pensi più al significato che avevano originariamente.

[…]

L’individuo stigmatizzato tende ad avere le stesse credenze, riguardo all’identità, che abbiamo noi. Questo è un fatto fondamentale. Le sue più profonde convinzioni riguardo a ciò che egli è possono costituire il suo senso di essere una « persona normale », un essere umano come chiunque altro, una persona dunque che merita opportunità e riconoscimenti. In realtà, comunque si voglia dire, egli basa le sue richieste non su ciò che ritiene sia dovuto a tutti, ma solo a coloro che fanno parte di una categoria sociale di cui egli è membro, per esempio tutti quelli della sua età, sesso, professione e così via.

stigma-goffman-erving-paperback-cover-artTuttavia può darsi che egli senta, e di solito a ragione, che quali che siano le opinioni professate dagli altri, essi non lo « accettano » e non sono disposti ad avere rapporti con lui su di un piano di « parità ». Inoltre, i criteri che ha interiorizzato dalla società più ampia lo mettono in grado di essere intimamente consapevole di quelle che gli altri giudicano come sue mancanze. Ciò provoca inevitabilmente in lui, anche se solo in certi momenti, la convinzione di non riuscire ad essere ciò che dovrebbe. La vergogna diventa una possibilità determinate: deriva dal fatto che l’individuo percepisce qualche suo attributo come un marchio infamante, oppure si rende conto con chiarezza di non avere qualcuno degli attributi richiesti. E’ probabile che sia la stessa presenza fisica delle persone “normali” a rafforzare la frattura tra l’Io e i requisiti richiesti, ma in realtà anche quando lo stigmatizzato si trova solo davanti allo specchio è assalito dall’odio di sé e dall’autodisprezzo. »

Erving Goffman (1963), “Stigma. L’identità negata”, Giuffrè, Milano 1983, pp. 1-8.

 

Gli altri LIB(e)RO PENSIERO: http://www.lindifferenziato.com/category/cultura/libri/libero-pensiero-libri/

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Mirco Zurlo
"Quando non si conosce la verità di una cosa, è bene che vi sia un errore comune che fissi la mente degli uomini. La malattia principale dell'uomo è la malattia inquieta delle cose che non può conoscere; e per lui è minor male essere nell'errore che in quella curiosità inutile".

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