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Home of the brave, Land of the fear (atto primo)

Credo di aver amato per molto tempo il Paese sbagliato. O meglio, il Paese era quello giusto, solo ritenevo trascurabili alcuni aspetti negativi che, pur avendoli sempre considerati tali, sono risultati intollerabili nel momento in cui mi hanno coinvolto in prima persona. Il che non è esattamente un esempio di onestà intellettuale, se così si può dire, ma a volte l’esperienza prevede anche un approccio emotivo oltrechè razionale. Bene, non vorrei sembrare pedante o, peggio,Francesco Alberoni, perciò credo sia opportuno passare direttamente al mio modesto e insignificante “j’accuse” nei confronti degli Stai Uniti d’America. Lo so, niente di originale, infatti più che con l’imperialismo, il capitalismo, il petrolio, l’Afghanistan, l’Iraq e i pentecostali, vorrei denunciare i metodi molto “singolari” con cui le dogane aeroportuali d’America trattano chi ha appena messo piede sul suolo a stelle e strisce. Esiste un modo migliore di affrontare un tema così delicato se non prendendo spunto da una vicenda di cui si è stati protagonisti? Forse sì, ma non è il mio caso.

Le cose sono andate più o meno così: arrivato a Newark, New Jersey, scalo del mio volo per San Francisco partito da Roma, vengo avvicinato da un agente di nome Jerez mentre mi trovo in fila per i controlli di routine. Mi guarda e, data un’occhiata al passaporto e al biglietto, mi chiede quale fosse lo scopo della mia visita negli States e quanto tempo sarei rimasto. Gli rispondo che sono lì per visitare San Francisco e assaporare un po’ di vita sulla baia per tre mesi. Mi guarda con sospetto, finge un sorriso di cortesia e poi mi lascia andare al controllo successivo, in cui un altro agente sospettoso avrebbe preso le mie impronte digitali, fotografato l’iride dei miei occhi e fatto le stesse identiche domande. Non era previsto però, che questo secondo agente mi spedisse in una sala d’attesa per degli accertamenti. Come essere mandati dal preside al liceo. In questo stanzone ci sono altri “cattivi” come me, e altri cinque doganieri ancora più cattivi. Con dei thermos di caffè annacquato se ne stanno onnipotenti dietro le loro postazioni computer, e da un cestello alla loro destra pescano passaporti e documenti dei viaggiatori “potenzialmente” indesiderabili, tra cui il mio. Chiamano prima una bella ragazza messicana seduta accanto a me, poi una donnona russa con prole, e infine uno di loro pronuncia a gran voce il mio nome :”Dorio Corseri”!

Rispondo all’appello. Mi alzo e mi dirigo verso la postazione dell’agente che mi ha chiamato. Stesse domande, stesso sguardo indagatore, voce decisa ma gentile. Non appena però rispondo che sono lì come turista, e che ci starò per tre mesi, il tono cambia improvvisamente, facendosi minaccioso e arrogante. Dopo aver ribadito gli scopi vacanzieri del mio viaggio in terra di California, l’inquietante gendarme (bianco, alto, calvo, senza sopracciglia e con una dentatura fittissima) si innervosisce ulteriormente, sfogando la sua diffidenza nei miei confronti con un eastwoodiano “don’t lie to me sir, or you’ll get in a lot of troubles”. Inizio ad avere paura. Mi avverte che, qualora avessi mentito nelle mie dichiarazioni, sarei finito dritto in uno stanzino angusto per una lunga intervista. Tète à tète, ovviamente. E così mi rimanda a posto, io mi siedo con la testa tra le mani e attendo l’eventuale chiamata dall’altero doganiere. Inizio ad avere nostalgia dell’Italia, delle forze dell’ordine dal volto umano e delle barzellette sui brigadieri. Poi mi ricordo che mi trovo in New Jersey, e che sto avendo a che fare con un poliziotto locale e quasi involontariamente il mio pensiero fugge via verso Springsteen, venuto al mondo a Freehold, a pochi chilometri dall’infausto aeroporto in cui ero al momento “detenuto”. I versi amari e iperrealistici di Highway Patrolman e State Trooper mi spingono ad una platonica e suggestiva vicinanza nei confronti del mio aguzzino in divisa. Peccato che la comprensione e la vicinanza non siano corrisposte. Anzi, ad un tratto vengo bruscamente risvegliato dalle mie elucubrazioni dal già citato agente, che mi chiama ordinandomi di alzarmi e seguirlo. Dove? Nello stanzino angusto di prima, naturalmente. Mi fa accomodare, mi dice che ci sono telecamere e microfoni, che tutto ciò che dirò sarà registrato e che trascriverà parola per parola ogni mia risposta. Inizia a battere sulla tastiera del suo pc le mie generalità, mette a verbale che parleremo in inglese, e mi chiede di giurare di dire solo e soltanto la verità. L’agente Ayrula (questo il suo nome) inizia a rivolgermi domande a raffica; su di me, sulla mia vita, la mia famiglia, i mei interessi, i mei progetti, ecc. Insinua che in realtà sono negli Stati Uniti per lavoro, e cerca di farmelo dichiarare in ogni modo, anche con l’inganno. Ad un certo punto, stordito dall’interrogatorio e con i nervi a pezzi, cado nel tranello affermando che no, non ero arrivato lì per lavoro, ma che un’occupazione semplice tanto per tenermi impegnato e conoscere un po’ di gente non mi sarebbe dispiaciuta. In fondo era stato prorio il poliziotto che avevo di fronte a suggerirmelo, pur sapendo che la cosa non sarebbe stata legale. La risposta compromettente che il mio perfido interlocutore stava aspettando era arrivata. Fu la fine. Mi invita ad uscire dallo stanzino e a tornare nella sala d’attesa in cui continuavano ad arrivare altre anime in pena. Sembrava un purgatorio ricavato da un ex ufficio reclami dell’Inps. Dopo diverse consultazioni con un suo fantomatico superiore, l’agente Ayrula torna dicendo che il capo vorrebbe avere ancora qualche informazione riguardo mio padre e il suo reddito. Dico tutto ciò che so. Mi abbandona nuovamente per riferire al suo capo i dettagli che gli ho appena rilasciato. L’ansia cresceva di minuto in minuto, le dita delle mani erano raggrinzite per il sudore. L”attesa del verdetto era insostenibile. Consapevole di aver già perso il volo per San Francisco, mi domandavo a che ora mi avrebbero rimesso su un aereo diretto verso il Golden Gate.

L’ufficiale Ayrula torna definitivamente da me dopo l’ennesima visita al suo superiore. Stavolta ci siamo. Ho i crampi allo stomaco per la tensione. Il crudele doganiere dal glabro cranio mi guarda dritto negli occhi, prende un breve respiro e, con le mani congiunte e le dita intrecciate emette l’agognata sentenza:

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Dario Corsetti

4 Commenti

  1. Il Satanico

    mi sei mancato… 😀

  2. Panz

    già so come va a finire…

  3. che fai scrivi a puntate Dario?

  4. porco 2 che mazzata!!!!

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