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Il problema dell’Europa è politico, non monetario

Un’Europa smarrita, alla continua ricerca del proprio destino, che subisce ripetutamente attacchi: nazionalismi e protezionismi in ogni angolo, tra chi vuole una disintegrazione dell’Unione e chi una “riorganizzazione” (come? non si sa).

Ed è proprio in tale clima di caos generale che è facile trovare dei facili indiziati. L’euro, perfetto capro espiatorio di questi “tempi difficili”, è in realtà il pilastro più forte su cui l’Europa può fare affidamento. Ma l’impressione è che non sono in molti a rendersene conto.

Europa

La linea della BCE

Negli ultimi anni, soprattutto con l’arrivo di Mario Draghi all’Eurotower, la Banca Centrale Europea ha seguito una strategia monetaria decisa e coesa verso gli obiettivi di crescita economica, in perfetta controtendenza alle politiche di bilancio degli stati europei, che in questi anni erano tutti allineati su un fronte comune: la politica del rigore. Dal lato monetario, invece, la BCE ha adottato una politica monetaria espansiva, iniettando miliardi di euro nel mercato. Dal Securities Markets Programme (SMP) alle Long Term Refinincing Operations (LTRO), fino ad arrivare al più recente Quantitative Easing (QE), il programma di acquisto di titoli di stato (e di altro tipo) nel mercato secondario per immettere nuovo denaro nell’economia europea, in modo tale da incentivare i prestiti bancari verso le imprese e far crescere l’inflazione. Inoltre per favorire l’erogazione del credito e per stimolare l’inflazione, i tassi d’interesse sono stati portati ai minimi storici (il tasso BCE è attualmente fissato a 0,00%, quello sui depositi a -0,4% e quello di rifinanziamento marginale a 0,25%).

Insomma, il modus operandi della BCE è stato orientato verso uno scopo preciso: combattere l’inflazione e stimolare la crescita economica. L’unica colpa che può essere attribuita a Draghi è quella di aver inondato il mercato di moneta come rimedio ad economie stagnanti e poco produttive, producendo effetti illusori di breve periodo (ad esempio l’aumento di offerta di moneta attraverso il QE potrebbe portare nel lungo periodo ad un aumento eccessivo dell’inflazione). Ma in realtà la politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea è stata, ad esempio, simile a quella della Federal Reserve, e quindi orientata a stimolare la crescita in un contesto deflazionistico.

 

Lo scenario italiano

Il quantitative easing ha compiuto due anni il 9 marzo scorso, ad oggi la BCE ha acquistato titoli per circa 1.412 milardi di euro (di cui 234 miliardi in titoli governativi italiani), e secondo le previsioni di Francoforte il piano di acquisto è destinato a concludersi a fine anno. Ma se le cose non dovessero andare secondo le aspettative quasi certamente il piano di acquisto sarà prolungato, confermando la direzione ultra-espansiva seguita da Mario Draghi.

Intanto il PIL in Italia stenta a crescere sul serio, siamo il fanalino di coda dell’Europa per quanto riguarda la crescita economica, e non siamo in grado di sfruttare appieno le potenzialità offerteci dalla Banca Centrale Europea, che per l’appunto stanno per terminare. Come se non bastasse, c’è chi sostiene che con un ritorno ad una moneta nazionale, e quindi con il conseguente ritorno ad una fantomatica sovranità monetaria (impensabile nell’attuale contesto globale con i mercati finanziari perfettamente integrati e un’alta mobilità di capitali), l’economia italiana potrebbe crescere di più facendo leva sulla svalutazione monetaria per favorire le esportazioni. Teoricamente è corretto, ma ci sono altre variabili da considerare. Difatti recuperare competitività economica svalutando può essere di grande aiuto nel breve periodo, ma sicuramente dopo una fase di euforia iniziale si potrebbe realizzare che essere tornati ad una moneta nazionale non è stata poi un’ottima idea. Perché innanzitutto si tornerebbe ad avere una moneta debole, essenzialmente “drogata” dalla banca centrale per competere con gli altri Paesi, e moneta debole significa maggiore inflazione, quindi risparmi più bassi e stipendi più bassi[1]. Ed Inoltre, ricorrere all’escamotage dell’utilizzo di politiche “drogate” (che generano inflazione), significherebbe accettare l’attuale situazione economica del Paese senza intervenire strutturalmente, non accogliendo l’idea di fare riforme che possano far crescere in modo “genuino” l’economia

In aggiunta al fatto che l’Italia ha il terzo debito pubblico più grande al mondo (dietro Stati Uniti e Giappone), e al momento con la composizione dei titoli di stato attuale, grazie alla moneta unica, paghiamo circa 65 miliardi di interessi[2] ad un tasso medio del 3%. Inoltre con l’entrata nell’euro i tassi d’interesse medi sui titoli pubblici dal 1990 al 2016 sono passati dal 12,73% allo 0,55%[3]. Senza l’euro non potremmo godere di questi benefici e di questa riduzione dei tassi. Se si dovesse tornare ad una moneta sovrana si perderà questo vantaggio sugli interessi che tornerebbero, se va bene, ai valori pre-euro, con la conseguenza di pagare molto più dei 65 miliardi di interessi attuali.

Se dall’euro ricaviamo dei benefici e le attuali politiche espansive guidate da Draghi ci guidano verso una via di uscita, è logico pensare che il problema non è monetario, e non sarà di certo il ritorno a una politica monetaria sovrana, con tutti i problemi che comporta, che i governi nazionali hanno la possibilità di diminuire improvvisamente la pressione fiscale e il debito pubblico, anzi sarà molto più complicato farlo, per via dei tassi sui titoli di stato e sul debito che aumenteranno, e sarà molto più difficile sopravvivere in contesti economici turbolenti e in mercati globali sempre più integrati. Perché dopotutto nel contesto internazionale attuale, l’effetto della svalutazione avrebbe un impatto ridotto per il semplice fatto che la produzione oggi si basa principalmente su prodotti intermedi (quindi l’importazione di tali prodotti diverrebbe più costosa per via della svalutazione).

In conclusione

La moneta unica non è il principale nemico della crescita e il problema dell’attuale fragilità economica deriva da scelte politiche ed industriali errate, soprattutto in Italia (altrimenti non si spiegherebbe l’insignificante crescita dello 0,9% del PIL).

Inoltre, senza euro non c’è Europa, come ha ricordato Mario Draghi in occasione del venticinquesimo anniversario della firma del trattato di Maastricht: “Con la moneta unica abbiamo forgiato legami che hanno resistito alla peggiore crisi economica dalla Seconda guerra mondiale. Stare uniti in tempi difficili è la ragione d’essere dell’euro.”

In altre parole, l’euro rappresenta il pilastro, robusto e forte, di un edificio che deve essere completato. Pertanto bisogna fare riforme strutturali che mirano alla riduzione delle imposte, all’aumento della domanda e degli investimenti. E occorre realizzare l’unione dei mercati dei capitali nell’eurozona, al quale la Commissione Europea sta lavorando, perché senza l’integrazione finanziaria la moneta unica rischia la dissoluzione. E la dissoluzione dell’eurozona è una soluzione che l’Italia e l’Europa non si possono permettere.

[1] la svalutazione di un’ipotetica nuova moneta nazionale è stimata nel breve periodo tra il 20 e il 30%

[2] il debito pubblico dell’Italia ammonta a circa 2250 miliardi di euro

[3] http://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/dati_statistici/Tasso_Medio_allxEmissione_dei_Titoli_di_Stato_x1990-2016x.pdf

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