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Il resto del Carlini

Le acque tornarono e coprirono i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del Faraone che erano entrati nel mare per inseguire gli Israeliti, e non ne scampò neppure uno di loro. […] E in quel giorno HaShem salvò Israele dalla mano degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare (Esodo 14-28-30).

 

Carlini1In quello che viene spesso considerato come il suo album di maggior successo (Pieces Of A Man, 1971) Gil Scott-Heron sosteneva che “casa è laddove c’è odio” (Home Is Where The Hatred Is, mi si perdoni la traduzione rozza e immediata); un resoconto amaro della “vita violenta” di un diseredato a New York negli anni settanta. Non è necessaria una profonda conoscenza della storia della metropoli Nordamericana per farsi un’idea di cosa volesse dire vivere nel Bronx quasi cinquant’anni fa, tra violenza di strada, emarginazione, tossicodipendenza, rabbia e disagio sociale nel ghetto. Il brano é una gemma soul ritmata e  struggente, e contribuirà a gettare le basi per l’R n’B, l’Hip-Hop e un certo tipo di Black Music a venire, sia per la forma che per i contenuti.

Detto ciò, qual è il fil rouge che lega un bar qualsiasi dell’Italia centromeridionale al poc’anzi citato lamento urbano di Gil Scott-Heron? L’odio, ovviamente. Perché il Carlini è in prima istanza un luogo in cui l’odio prospera e tutto avvolge. E a noi piace tantissimo: si tratta di un odio sano, appassionante, che affratella e accoglie tutti gli avventori abituali dell’intimissimo ma ad ogni modo pubblico esercizio di piazza Umberto I. Il Carlini è la nostra casa putativa le cui fondamenta furono poste su di un genuino disprezzo per la regolarità, del vivere civile e delle convenzioni che guidano i rapporti tra individui adulti; un atollo bonificato dal narcisismo dei social network, dell’aste per i selfie, dei più o meno moderni riti conviviali come l’aperitivo, l’happy hour o, provo vergogna solo a dirlo, l’apericena. Forme di aggregazione per il miserabile ceto sociale dei giovani simpatici con la Smart.

Il bar di Gianni (nome più usato per riferisi al locale in questione) è un covo inospitale, scarno, brutto, freddo anche d’estate e ostile più di un altopianio tartaro. Nessuno é il benvenuto.

Ricordo delle incantevoli domeniche estive in cui al bar si assisteva al martirio di parenti e amici venuti da fuori (da Roma, nella maggior parte dei casi) per le varie cresime e comunioni di turno. Il Carlini è sulla strada che porta alla chiesa di San Giovanni e nei mezzogiorni di giugno, in giacca e cravatta, è più che umano rifugiarsi in un bar in cerca di refrigerio. E cosi capannelli di cognati, suoceri e zii giunti dall’Urbe e svincolatisi dall’omelia varcavano la soglia del Carlini, ignari di ciò che gli aspettava. Alle richieste di Spritz, o Campari con ghiaccio e arancia, tè freddo, la risposta era sempre la stessa, plumbea, quasi taoista: “Non ce l’ho”. Nemmeno lo sforzo di una scusa. Allora i malcapitati accettavano di buon grado una birra e poco dopo iniziavano a guardarsi intorno, a notare i dettagli dell’iconografico arredamento del bar: il poster trentennale di Rummenigge, quello di Springsteen, i volumi di storia dell’arte presi in edicola col Corriere e le foto della baia di San Francisco, la memorabilia della Wermacht, il santino di Kurt Cobain. I forestieri a questo punto non riuscivano più a decifrare quale realtà avessero davanti agli occhi, e, una volta finita la birra, in fretta  guadagnavano l’uscita diretti verso la Chiesa, verso la salvezza della fede.

Più che odio, in questi casi provavo compassione. Talvolta mi domando se in un universo dalle distanze sempre più ridotte, dei prodigi tecnologici, in cui le conoscenze e la comunicazione germogliano rigogliose, sia normale o meno eleggere a proprio luogo dell’anima un ritrovo di tale grigiore e mestizia. Credo che la risposta sia nel fatto che al Carlini si può essere sé stessi –nell’accezione più libertaria del termine- senza il timore di venire giudicati o fraintesi. Di più. Al Carlini si è liberi di essere delle brutte persone, ed è bellissimo. Si può dare sfogo ai bassi istinti, lasciarsi andare in becere osservazioni politicamente scorrette, e finalmente liberare la bestia dagli occhi verdi che giace assopita in ognuno di noi. In poche parole, essere consapevolmente ripugnanti e gioirne.

Trovano asilo politico nelle fumose nottate al Carlini -in ordine sparso- : islamofobia, filonazismo, sionismo, (“Hai mai sentito parlare di un grande scrittore, cantante, o pugile Palestinese”?) il revisionismo storico e  calcistico, l’aerofagia compulsiva (il tutto già brillantemente riportato nello scritto di White Riot) il sessismo di bassa lega, il nichilismo d’accatto, l’anatomia dei Santi, l’elogio dell’evasione fiscale, lo stalinismo, l’elogio della tossicodipendenza, Grace Kelly ninfomane insospettabile, e mille altre categorie dello spirito.

Insomma, per quanto in ogni piccola realtà di provincia sia possibile imbattersi in personaggi bizzarri e luoghi improbabili, il Carlini resta comunque un’anomalia che nulla ha a che vedere con la stramberia bonaria di un Bar Mario qualsiasi. La piazza all’alba, il fornaio che apre la serranda del panificio, la vita che rinizia in un nuovo giorno di lavoro, ecco, sono immagini su cui vige un imperituro embargo dal mondo del Carlini. Non sappiamo che farcene dell’estetica da strapaese  proprio di uno spot della Montepaschi.

In conclusione, è piuttosto difficile offrire un ritratto fedele del nostro amato ritrovo, poiché quest’ultimo  sfugge agilmente a qualsiasi ipotetico catalogo di definizioni. Ci si potrebbe riferire al Carlini come a un sambodromo il giorno dopo la fine del carnevale, o come a una sagra di esistenzialismo rustico, un eremo valdese nel cuore di Las Vegas, o ancora a Belén Rodriguez che posa maliarda sul cofano di una Trabant. Simbolismi a cazzo, lo so, ma per una volta non lasciate che la parafrasi prevalga sulla poesia. Mi piace pensare che il bar di Gianni non sia altro che un Portolano rinascimentale in cui sono tracciate le rotte marittime per le più inesplorate e strabilianti miserie umane.

Pavese scriveva che è sempre difficile tornare nei luoghi in cui si è stati felici. Fortuna che un nuovo Carlini aprirà presto, e finalmente tornerà a splendere il sol dell’avvenire.

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