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Home of the brave, Land of the fear (atto secondo)

L’ufficiale Ayrula torna definitivamente da me dopo l’ennesima visita al suo superiore. Stavolta ci siamo. Ho i crampi allo stomaco per la tensione. Il crudele doganiere dal glabro cranio mi guarda dritto negli occhi, prende un breve respiro e, con le mani congiunte e le dita intrecciate, emette l’agognata sentenza:

“Io francamente le credo, ma il mio capo sostiene che lei ha mentito sull’ESTA (sorta di visto elettronico scaricabile da internet) dichiarando che non sarebbe venuto qui per lavoro, mentre poco fa mi ha confermato la sua volontà di fare il cameriere a San Francisco”. Travolto dal panico, gli spiego con voce tremante che non ho bisogno di un lavoro, che se proprio fosse stato il caso l’avrei fatto a tempo perso. Gli mostro i 700 euro in contanti che ho nel portafogli, la copia dell’assicurazione sanitaria di 500 euro che mi avrebbe coperto per i tre mesi di permanenza e  la poste pay su cui la mia famiglia avrebbe messo altri soldi qualora fosse stato necessario. Non sapevo più cosa dire per convincerlo. Qualsiasi parola s’infrangeva contro un muro di gomma di ottusa burocrazia. “No way“, niente da fare, la decisone era stata presa ormai: “Mi dispiace, ma dobbiamo rimpatriarla”, aggiunse l’agente. Il suono di quelle parole terrificanti mi trafisse anima e corpo. Tutto il nervosismo, la tensione, l’ansia e la paura che avevo accumulato dal momento del primo controllo alla dogana si dissolsero in uno stato psichico di semincoscienza. Provavo a chiedere il perchè di una decisone così drastica e inappellabile, e la risposta era sempre la stessa, lapidaria: “Perchè lei ha mentito”. Mi abbandonai ad un pianto straziante, bagnando la scrivania su cui poggiavo i gomiti di lacrime e disperazione.

L’agente Ayrula m’invita a “ricompormi”. Come nel più classico dei polizieschi/ film d’azione americani, mi viene detto che ho diritto a una telefonata, e posso scegliere tra il consolato italiano a New York e un mio famigliare in Italia. Opto per il consolato, ma prima di chiamare chiedo se almeno loro avrebbero potuto in qualche modo risolvere la situazione. Ovviamente no, nessuno poteva cambiare il verdetto che avevano emesso. Appreso ciò, non mi resta che avvertire mio padre, il quale però non risponde. La rassegnazione è ormai padrona assoluta della grottesca tragedia.

Impassibile e leggermente spazientito dalla mia disperazione, il perfido Ayrula mi comunica: “Lei può facilitarci le cose prendendo il prossimo aereo per l’Italia tra un’ora. Se rifiuta, dovrà passare la notte in cella per essere comunque rimpatriato domani. Cosa vuole fare?” Sebbene io abbia sempre avuto il malsano capriccio di passare almeno una nottte della mia vita in gattabuia, i miei ultimi sprazzi di ragione mi stavano consigliando di salire sul volo per Fiumicino che la polizia doganale mi aveva amorevolmente “prenotato”. Accetto la proposta del poliziotto, che intanto mi riconsegna i documenti, il passaporto, e mi fa firmare una copia del verbale dell’interrogatorio. Informa al telefono i suoi colleghi che c’è un passeggero italiano da rimpatriare. Prima però, deve prendere nuovamente le mie impronte digitali e ripassare l’iride dei miei occhi alla scansione laser. Non ce la facevo più. Non desideravo altro che la fine di quel calvario.

Quando credevo di esser stato trattenuto e umiliato abbastanza, sento bussare alla porta dietro di me. L’agente Ayrula risponde “avanti!”. Mi volto e nello stanzino del fatale interrogatorio è appena entrato un altro agente, di colore, che mi porterà nell’ufficio accanto per la perquisizione di rito, come mi spiega il Torquemada col distintivo che ho di fronte. Non ho più neanche la forza della rassegnazione. Non riesco ad avere una reazione emotiva. Non sento nulla. Esco dallo stanzino, saluto Ayrula sperando di non  rincontrarlo mai più e seguo il doganiere afroamericano. Mi fa entrare in un’altra stanza grigia, con una grossa scrivania, delle sedie sparse qua e là, una piccola cucina con dei fornelli per scaldare il caffè, e un serbatoio pieno d’acqua sterilizzata. L’agente mi ordina di mettere le valige sul tavolo e aprirle. Inizia a rovistare tra i miei panni in cerca di non so cosa, forse armi batteriologiche, mandando all’aria l’ordine che avevo faticosamente creato la sera prima di partire piegando ogni singolo indumento. Richiude le mie vecchie Samsonite con molte difficoltà, rischiando quasi di romperle, e mi invita a mettermi contro il muro con le mani in alto,  poggiate sulla parete, e le gambe divaricate. Inizia a tastare gambe, petto e tasche, per poi farmi sedere ordinandomi di togliere le scarpe. Vede che non ho nulla addosso, così mi fa uscire dalla stanza e mi affida ad altri due agenti, un italoamericano e un ispanico, che hanno ricevuto l’ordine di scortarmi fino all’imbarco.

 Dopo una lunga serie di ascensori,  corridoi e passaggi segreti, risbuchiamo in un parcheggio ai bordi della pista. Mi fanno salire su un grosso pick up della polizia doganale e mi accompagnano fino alla scaletta dell’aereo. Niente check-in, salgo  a bordo direttamente dalla pista, come le rockstar di una volta. Vengo accolto a bordo da un hostess  bionda in età avanzata, con qualche ruga sotto il phard e il rossetto sbiadito sulle sottili labbra sorridenti. Vede che ho la faccia affranta e gli occhi irritati dalle lacrime, e cerca di prendersi cura di me mostrandomi il posto che mi avevano assegnato.  Mi chiede se va tutto bene, mi porge gentilmente un bicchiere d’acqua e dei fazzoletti, ma si rende subito conto che non c’è verso di  rincuorami.  L’aereo sta per decollare. Evito di guardare fuori dal finestrino. Mi avvolgo nella sottile coperta blu della Continental Airlines e cerco in tutti i modi di addormentarmi, nella speranza  di sprofondare in un lungo sonno obliante. Non sarà così.

Appena atterrato a Roma  ricevo il bentornato a casa dalla polizia doganale di Fiumicino, che manda un agente in borghese a prelevarmi appena saluto l’affettuosa hostess. Mi chiede: “Ahò, ma ch’ai combinato?!”. Io gli rispondo che sono stato cacciato da una nazione di razzisti paranoici senza aver commesso alcun reato (purtroppo, almeno avrebbero avuto una motivizione valida). All’ufficio doganale, dopo aver ascoltato la mia storia, mi spiegano che quella è la loro procedura, che spesso si comportano da sceriffi sadici trattando come  pseudoterroristi o criminali chiunque desti in loro sospetti. Non ero io il primo a cui capitava una cosa del genere. E così, dopo l’ennesimo colloquio con dei “tutori della legge”, dopo venti ore di aereo, due di attesa, due di interrogatorio e dopo aver sorvolato per due volte l’Atlantico, mi ritrovo sull’A1 di ritorno verso casa, fisicamente e psicologicamente distrutto.

L’impensabile era accaduto. Aveva vinto la paura. In che modo può la più grande potenza al mondo considerare come possibile minaccia uno studente italiano di 25 anni?  Troppo facile ricorrere alla stra-abusata teoria che dopo l’11 settembre ci sia stato un inasprimento  dei controlli sull’immigrazione. C’è qualcosa di ancestrale, di atavico in questo sentimento di sospetto e diffidenza verso l'”alieno” (nell’accezione latina del termine), dello sconosciuto, di ciò o di colui che non appartiene all’ambiente di riferimento. Dagli indiani nativi  agli afroamericani, dalla caccia alle streghe di Salem alla caccia alle streghe di McCarthy, passando per la paura atomica in piena Guerra Fredda ai roghi degli album dei Beatles. E’ come se, col susseguirsi delle epoche, l’America abbia sempre avuto bisogno di un “uomo nero” di turno, di un fantoccio da bruciare pubblicamente insieme alle proprie psicosi e alle proprie fobie. Un paradosso schiacciante, se si pensa che la società americana viene da sempre considerata come la società multietnica per eccellenza, come il più fulgido esempio del meticciato culturale e umano.  Un Paese fondato sull’immigrazione, sull’accoglienza delle masse povere e affamate provenienti da ogni angolo del mondo. Scolpite sul piedistallo della Statua Della Libertà (regalo dei francesi), le parole di Emma Lazarus, poetessa americana, stridono in maniera assordante con la realtà degli Satai Uniti di oggi: « Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata. »  Terra di opportunità, si diceva una volta.

And the star-spangled banner in triumph shall wave/ O’er the land of the free and the home of the brave!  (E la bandiera adorna di stelle per sempre garrirà/ Sulla terra dei liberi e la patria dei coraggiosi!) Così recitano gli ultimi due versi de “The Star Spangled Banner” , l’inno nazionale americano. Ma siamo sicuri che sia così?  E’ davvero  possibile essere liberi e coraggiosi quando si è schiavi della paura?

 

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Dario Corsetti

5 Commenti

  1. White Riot

    Cosa dire, caro Billy…complimenti per l’articolo e per la riflessione finale…But what can I do?
    “Never mind the stars and stripes
    Let’s print the Watergate Tapes
    I’ll salute the New Wave
    And I hope nobody escapes”

  2. Mirco Zurlo

    Da una brutta esperienza sei riuscito a scrivere un articolo molto bello. Il finale è superbo. Complimenti!

  3. KE CAVAGL…..

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