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Quel che non si dice sul femminicidio (parte 1)

balle mediatiche

Da oltre 1 anno, il termine “femminicidio” accompagna quotidianamente le giornate degli italiani. Nei tg, sui giornali, sul web, nei salotti televisivi, nelle piazze, non c’è giorno che passi senza ascoltare almeno una triste e tragica storia di violenza sulle donne.

basta-femminicidio”Il paese dove il maschio ha licenza di uccidere!”.

“La guerra dei sessi”.

“Violenza di genere, una donna colpita ogni 12 secondi”.

“Donne che amano troppo”.

“Un Paese che partorisce uomini malati”.  

“La strage delle donne”.

“Il dramma femminicidio continua”.

 

Il quadro che emerge dalle notizie riportate dai media (e non solo), è quello di un Paese violento, estremamente insicuro, dove c’è un accanimento particolare degli uomini nei confronti delle donne che sfocia in una vera e propria emergenza sociale. La situazione è apparsa così grave da indurre il governo Letta (in pieno agosto) a varare un decreto legge di urgenza (d.l. 93/2013 “…disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere…”), senza badare ai dati delle statistiche. Una legge bipartisan, fortemente voluta dall’asse Pd-Pdl e dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini, dove appare chiaro il carattere di straordinarietà degli eventi, come si legge nel testo:

“Ritenuto che il susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne e il conseguente allarme sociale che ne e’ derivato rendono necessari interventi urgenti volti a inasprire, per finalita’ dissuasive, il trattamento  punitivo  degli  autori  di  tali  fatti, introducendo, in determinati casi, misure di prevenzione finalizzate alla anticipata tutela delle donne e di ogni vittima di  violenza domestica”.

Prima di addentrarci nell’analisi del fenomeno, mi sento in dovere di fare una necessaria premessa che è alla base di queste pagine. La violenza (fisica e psicologica) non andrebbe mai giustificata, da qualsiasi parte provenga e verso qualsiasi obiettivo sia diretta, ancor meno la forma più estrema di violenza: l’omicidio; ogni omicidio rappresenta un dramma e una sconfitta, non solo per l’autore, la vittima e i famigliari dei due, ma per tutto il sistema sociale; non dovrebbero esistere omicidi di serie a e omicidi di serie b, vittime di serie a e vittime di serie b, come spesso purtroppo accade nella considerazione dell’opinione pubblica; ogni uccisione andrebbe ugualmente condannata, sia che a farne le spese sia una donna sia che si tratti di un uomo.

Senza dubbio c’è un problema violenza sulla donne, così come esiste il fenomeno chiamato “femminicidio”, non bisogna sottovalutarlo o negarlo; prima però di detestarlo abbiamo il dovere di provare a comprenderlo.

In una società modello anche un solo omicidio l’anno di donna sarebbe troppo, sarebbe comunque un fatto grave e deprecabile. Tentare di analizzare un fenomeno delicato come questo a 360 gradi, in maniera più obiettiva possibile per le capacità di chi analizza, impone però di uscire dal mondo ideale che abbiamo nella testa; impone di mettere da parte drammatizzazioni, spettacolarizzazioni, ideologie, sensazionalismi, preconcetti, luoghi comuni che, seppur in perfetta buona fede e con i migliori propositi, rischiano di cogliere solo piccoli frammenti del reale (spesso in maniera anche distorta), poiché si tratta, a mio modesto parere, di un fenomeno che ha radici profonde anche in territori lontani e apparentemente estranei. Cercare di capire le origini dell’ormai famigerato e abusato “femminicidio”, non significa giustificarlo, in alcun modo, significa invece mettersi in gioco in prima persona, nessuno escluso.

 

LA VERITA’ DEI DATI

Alla fine dell’Ottocento l’Italia era il paese più violento dell’Europa civile. Secondo l’annuario storico Istat, si commettevano circa 5000 omicidi l’anno, quasi uno ogni 6000 abitanti. Erano numeri impressionanti: 16,77 omicidi ogni 100000 abitanti. Solo la Spagna aveva cifre che si avvicinavano, pur restando piuttosto al di sotto di quelle italiche. Nelle altre nazioni, i reati erano assai inferiori. I paesi con meno violazioni di leggi risultavano l’Inghilterra, l’Irlanda, il Belgio e la Germania.

 

OMICIDI IN ITALIA (1881 – 2001)  fonte: Istat

 

Omicidi l’anno

Uno ogni abitanti

1881

4.858

5.959

1891

3.944

7.857

1901

3.168

10.466

1911

3.061

11.734

1921

5.735

6.787

1931

2.260

18.509

1951

2.380

19.983

1961

1.610

31.443

1971

1.497

36.163

1981

2.453

23.056

1991

1901

29.586

2001

707

75.024

 

Nel secondo dopoguerra, il numero degli omicidi decresce in maniera significativa, fino a raggiungere il minimo storico sul finire degli anni Sessanta. Dopo il 1968 si verifica invece un’inversione di tendenza soprattutto a causa dello stragismo del terrorismo estremista: il 1980 rappresenta il culmine di tale sciagurata stagione. La parabola discendente è ancor più evidente dopo il 1991, anno in cui si sono registrati ben 1901 omicidi, buona parte dei quali sono opera della criminalità organizzata nelle regioni meridionali: si passa dai 3,38 omicidi ogni 100.000 abitanti del 1991, allo 0,9 del 2012. Negli ultimi 20 anni il numero dei delitti si è ampiamente dimezzato (come dimostra la tabella seguente), eppure la percezione del rischio negli italiani continua ad aumentare: studi dell’Istat confermano che il 28,9% degli italiani prova un forte senso di insicurezza quando esce da solo ed è buio; il timore di subire violenze nelle donne è salito al 52%, con un incremento maggiore nelle ragazze da 20 a 24 anni (+ 12%). [Fonte: Istat. Indagine sulla sicurezza delle donne 2013]

Conoscere l’evoluzione storica è di fondamentale importanza per capire se si tratta di un fenomeno tipicamente attuale o meno.

 

EVOLUZIONE STORICA DEGLI OMICIDI IN ITALIA (1881-2012) fonti: Ansa – Eures

Anno

Omicidi

Uomini

Donne

% U

% D

Omicidi/100000 abit

Uomini

Donne

1881

4858

16,77

1981

2453

4,34

1991

1901

3,38

1992

1441

2,6

4,4

0,8

1993

1095

1,9

3,1

0,7

1996

945

1,6

2,6

0,7

1998

879

1,5

2,3

0,7

2000

749

550

199

73,40%

26,60%

1,3

2

0,7

2001

707

526

181

1,2

1,9

0,6

2002

642

456

186

1,1

1,6

0,7

2003

719

527

192

1,2

1,8

0,7

2004

711

527

184

1,2

1,8

0,7

2005

601

463

138

1

1,6

0,5

2006

621

440

181

70,80%

29,20%

1,1

1,5

0,6

2007

630

485

145

1,1

1,7

0,5

2008

612

465

147

1,02

1,6

0,5

2009

586

414

172

70,60%

29,40%

0,97

1,4

0,6

2010

530

374

156

70,60%

29,40%

0,87

1,2

0,5

2011

551

381

170

69,20%

30,80%

0,91

1,2

0,6

2012

526

367

159

69,80%

30,20%

0,9

1,2

0,5

 

Nonostante sia condivisa l’idea che determinate condizioni di debolezza, quali il sesso femminile o l’età avanzata, aumentino la vulnerabilità e la probabilità di restare vittima di un omicidio, i dati ci dicono che gli uomini dai 25 ai 45 anni sono i soggetti più a rischio. Circa il 70% delle vittime è maschio.

Sono informazioni che stridono fortemente con quello che leggiamo e ascoltiamo quotidianamente. Molti ormai credono di star vivendo una situazione di emergenza, figlia del nostro tempo malato, generata da un’escalation di violenza nei confronti delle donne. L’odio dei maschi per l’altro sesso pare essere esploso come mai era accaduto prima. Vengono utilizzati termini specifici ed esclusivi: si parla di “femminicidio” per indicare tutta una serie di fenomeni anche molto diversi tra loro, dalle discriminazioni agli abusi, dalle violenze agli omicidi; alcuni usano più precisamente la parola “femicidio” per indicare gli omicidi di genere, compiuti dagli uomini sulle donne per motivi di misoginia; molti parlano di femminicidio per minacce e omicidi indistintamente, tanto è vero che nel linguaggio comune femminicidio è sinonimo di femicidio; tutto ciò contribuisce a creare ulteriore confusione intorno al fenomeno. I media hanno cavalcato l’onda dell’allarmismo lanciato da varie associazioni femministe, contribuendo ad ingigantire il problema che si è così trasformato in allarme sociale.

Il decreto legge 93/2013, varato dal governo in pieno agosto, è secondo molti, una risposta inadeguata che potrebbe complicare la situazione invece di semplificarla. I punti più criticati sono: la mancanza di assistenza per le donne maltrattate; l’irrevocabilità della querela da parte della vittima; la possibilità per terzi di denunciare rimanendo nell’anonimato; il carattere inquisitorio del testo.

Ma i dati sono chiari: non esiste alcuna emergenza, nessun aumento esponenziale degli omicidi femminili. Nel 2012 il numero complessivo di omicidi in Italia ha toccato il suo minimo storico, “solo” 526 casi. Rispetto agli inizi degli anni ’90, il tasso di vittime maschili è diminuito nettamente (da 4,4 a 1,2) mentre il numero di donne uccise è sostanzialmente stabile o, se si vuole essere precisi, in leggera diminuzione (da 0,8 a 0,5). Inoltre bisogna ricordare che il tasso di omicidio di donne è sempre superiore al numero reale di femminicidi perché tiene in considerazione anche casi che non rientrano in questa categoria (ad esempio le uccisioni di donne durante la commissione di furti, rapine o altro reato). L’archivio degli omicidi volontari in Italia (Eures-Ansa) parla di 107 femicidi nel 2012 (a dispetto di 159 omicidi di donna complessivi) e 120 nel 2011 (su 170 complessivi). Nel periodo 2000-2012 sono stati commessi mediamente 121 femicidi l’anno (su 171 omicidi di donna).

Appare ugualmente ingiustificato il grido di allarme lanciato in seguito ai dati dei primi 6 mesi del 2013: 81 assassini di donne complessivi (il numero è, in proiezione, perfettamente in linea con il 2012).

 

IL CONFRONTO CON IL RESTO DEL MONDO

Gridare all’emergenza risulta ancora più infondato se allarghiamo l’analisi oltre i confini nazionali. L’Italia è uno dei paesi con i più bassi livelli di femminicidio in Europa e al mondo. Le donne uccise sono 0,5 su 100000 abitanti contro lo 0,6 di Spagna e Svezia, lo 0,7 della Svizzera, lo 0,8 della Germania e del Regno Unito, lo 0,9 di Francia e Canada, l’1,0 di Cina e Argentina, l’1,3 di Austria e Finlandia, l’1,5 del Belgio, l’1,9 degli Usa, il 2,2 di Cuba, il 5,4 del Brasile, l’8,7 della Russia, il 10,1 del Sud Africa. Meglio dell’Italia solo paesi come Giappone (tasso 0,4), Grecia (0,3), Brunei (0,2), Sri Lanka (0,2), Samoa (0,2).

Alcuni esempi più concreti che riguardano nazioni a noi molto vicine: nel 2009 in Germania sono state assassinate 350 donne su un totale di 706 omicidi (il 49,6%), nel Regno Unito 242 (il 33,9% del totale), nel 2008 in Francia 288 (34,3%). [dati ONU, http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/homicide.html]

A che serve creare il panico anche quando le cifre dicono tutt’altro? A che serve generare paura e insicurezza nelle donne? A che serve alimentare uno stupido odio verso gli individui dell’altro genere?

Il problema femminicidio esiste, ma esiste da sempre. Non ci troviamo di fronte a nessuna emergenza specifica del nostro tempo: gli omicidi di donne sono un fenomeno piuttosto stabile. Non c’è alcun aumento esponenziale, nessuna emergenza reale.

Perché invece di considerare il fenomeno come un fatto anomalo ed eccezionale, a cui va dedicato un decreto legge d’urgenza, non iniziamo ad affrontarlo come qualcosa di radicato, persistente, costante negli anni, immune a gran parte delle influenze esterne?

 
 La seconda parte: (http://www.lindifferenziato.com/2013/09/26/quel-che-non-si-dice-sul-femminicidio-parte-2/)
 
 
Fonti:
– Ministero dell’Interno. Rapporto sulla criminalità e la sicurezza in Italia 2010;
– Istat. Indagine sulla sicurezza delle donne 2013;
Rapporto della commissione scientifica Bes sul dominio Sicurezza 2013;
– UNODC Homicide Statistics (http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/homicide.html);
– Annuario storico Istat;
– L’omicidio volontario in Italia. Rapporto Eures 2013.
Quel che non si dice sul femminicidio (parte 1)
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Notizie su Mirco Zurlo

Mirco Zurlo
"Quando non si conosce la verità di una cosa, è bene che vi sia un errore comune che fissi la mente degli uomini. La malattia principale dell'uomo è la malattia inquieta delle cose che non può conoscere; e per lui è minor male essere nell'errore che in quella curiosità inutile".

5 Commenti

  1. l’analisi è molto interessante.
    qualche mese fa lessi che il 30% degli omicidi commessi in un anno ha come vittima le donne… e allora??
    ciò significa che il 70% degli omicidi commessi in un anno ha come vittima gli uomini ma, che io sappia, non si è mai lanciato un allarme “maschicidio”, questa non è discriminazione? no, perchè il sesso debole è quello femminile ed è noto che i paladini della giustizia e della libertà si schierano sempre dalla parte degli indifesi.
    E basta co ‘sta retorica!
    Femminicidio:Boldrini, sia materia scuola
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/09/25/Femminicidio-Boldrini-sia-materia-scuola_9356555.html

    Boldrini: ”Basta spot con la mamma che serve la famiglia a tavola”
    http://video.repubblica.it/politica/boldrini-basta-spot-con-la-mamma-che-serve-la-famiglia-a-tavola/140871/139408
    ciao

    • Il “maschicidio” non ha ragione di esistere: gli uomini non vengono uccisi, di norma, in quanto uomini; ovvero, l’uccisione di un uomo, solitamente, non avviene per questioni di genere, ma per i motivi più disparati, collegati prevalentemente alla criminalità. Per questo motivo, concordo che non ci sia un’emergenza femminicidio -dal momento che è una barbarie vecchia quanto il mondo-, ma c’è sicuramente un’emergenza educativa collegata al femminicidio, confermata in questa sede dal fatto che l’unico commento presente si preoccupa di sottolineare la possibile discriminazione derivante dall’inesistenza del maschicidio. Se proprio la volessimo mettere su questo piano, e volessimo elencare le discriminazioni subite dalle donne, l’elenco sarebbe potenzialmente interminabile e sostenuto da tutta la letteratura sociologica, non solo dal banale senso comune. Tristemente, la discriminazione è donna. Collegare il cervello alla bocca e alla tastiera. Grazie.

      • Gentile utente Silvia,
        La informo che il mio commento terra terra, compreso l’iperbolico fenomeno (chiaramente inesistente) del “maschicidio”, era volto a sottolineare quanto il dibattito intorno al femminicidio sia stato gonfiato e -vergognosamente- strumentalizzato da esponenti politici di ogni fazione, mass media, etc., al solo scopo di creare l’ennesimo allarme sociale teso ad offuscare il marcio agli occhi dell’opinione pubblica.
        Dunque Lei è andata completamente fuori strada, suppongo a causa dell’attenzione prestata alla complessa e delicata attività di collegamento del Suo cervello alla bocca e alla tastiera.
        Per quanto mi riguarda, invece, non ho bisogno del sostegno di tutta la letteratura sociologica per giungere alla conclusione che, nel suo caso, la diversità (di opinione) è intollerabile.
        Questa è la cosa più triste.
        I miei ossequi.

  2. Mirco Zurlo

    La media degli ultimi anni è proprio di 70 uomini e 30 donne uccise ogni 100 omicidi. Dati precisi sul sesso delle vittime si conoscono dal 2000 in avanti. E’ capitato, in qualche anno (2001, 2005, 2007) che le percentuali fossero leggermente diverse 75% uomini, 25% donne. E’ bastato un piccolo aumento della percentuale di donne uccise per far gridare all’allarme. Ma l’incremento della percentuale non corrisponde ad un aumento del numero effettivo di donne assassinate in quanto c’è una diminuzione evidente del numero totale di omicidi totali (sostanziale diminuzione del numero di uomini uccisi, leggera diminuzione del numero di donne): ad esempio nel 2000 la percentuale di donne uccise è stata del 26,6 % su 749 omicidi totali che tradotto in numeri significa 199 donne; nel 2012 la percentuale è salita al 30,2% ma il numero reale di donne assassinate è stato di 159 su un totale di 526 omicidi.
    Quindi in realtà non c’è nessun aumento esponenziale, nessuna emergenza specifica del nostro tempo. Oggi questi casi fanno solo più notizia ma c’erano anche in passato.

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