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Disuguaglianze metropolitane

C’è poco da aggiungere a questo articolo di Walter Tocci.  Periferie, disuguaglianze metropolitane e responsabilità politiche: era tutto purtroppo già scritto e prevedibile. Poveri contro poveri in uno spettacolo tanto drammatico quanto pericoloso. Se la politica non riesce più a rappresentare nessuno se non i potenti e le loro guerre d’interessi, se il suo ruolo viene continuamente svalutato e depauperato si rischia di arrivare al punto di non ritorno e i fatti di questi giorni ci avvicinano alla linea del baratro.

p.s L’articolo è lungo per i canoni d’internet ma in tutta sincerità non me la sono sentita di “tagliare”. Vale la pena spendere 10 minuti per leggerlo tutto.

Walter Tocci” Quando ero un giovane militante avevo inventato un gioco mentale per mettermi di buon umore. Allora si usava andare quasi tutte le sere dalla sede centrale del partito verso la periferia, dove erano le nostre roccaforti elettorali. Lungo il viaggio mantenevo fisso lo sguardo dal finestrino dell’autobus verso la strada e al susseguirsi dei palazzi associavo l’aumento degli elettori di sinistra. Oggi, per avere la stessa sensazione devo fare un’inversione di marcia. A volte faticavo a trovare il luogo dell’assemblea. In quelle periferie diradate era infatti difficile darsi un appuntamento. Gli spazi erano estesi e senza differenze sia nei quartieri dei palazzoni legali sia nelle borgate delle casette abusive. Oggi, al contrario le nostre roccaforti elettorali sono nella città consolidata, dove è proprio l’alta densità a creare le differenze e le opportunità del riconoscimento.  Infine, trovavo in quelle assemblee quasi sempre problemi nuovi da discutere. La periferia era allora in continua espansione e l’arrivo di nuovi ceti sociali forniva occasioni per la partecipazione popolare. Oggi, al contrario, le fortune elettorali della sinistra sono collocate nei vecchi quartieri, sia quelli di provenienza borghese sia quelli della periferia storica riscoperti dagli stili di vita della classe creativa.

1. Le tre Disuguaglianze: Distanza, Densità, Durata
Questi tre ricordi di vita da militante disegnano i gradienti spaziali del consenso politico. Potremmo chiamarli gli assi delle tre D: la Distanza, la Densità e la Durata. Su di essi si è consumato nelle grandi città il ribaltamento elettorale tra sinistra e destra degli ultimi trenta anni. Il consenso della sinistra è passato dai quartieri più distanti a quelli più vicini al centro, dai luoghi meno densi a quelli più densi, dalle zone di trasformazione a quelle di consolidamento (Queste correlazioni sono dimostrate, ad esempio, dalle analisi di Federico Tomassi sul caso romano – Argomenti Umani n. 5, 2009). Si può concludere semplicemente che la sinistra perde dove è più debole il legame sociale, dove i soggetti sono più isolati, dove gli individui sono privi di identità collettive e storicizzate. Ma forse dobbiamo andare più avanti nell’analisi.
La distanza, la densità e la durata convergono in una dimensione che le riassume e le contiene, una sorta di grande D, la Disuguaglianza metropolitana. E non è cosa da poco se la sinistra perde dove cresce la  disuguaglianza. C’è un problema più grande di questo? Eppure, viene continuamente rimosso nel nostro discorso politico.
Sono evidenti le cause generali del problema, ma qui ci interessa isolare le determinanti spaziali e capire come vi rimangono impigliate le relazioni sociali, economiche e politiche.
La città si trasforma in periferia e si rappresenta in centro. Questa disuguaglianza spaziale tra l’essere e l’apparire è strutturale e produce una tensione politica creativa che assume diverse configurazioni nella mutazione storica. Nella città del miracolo economico la sinistra era incardinata nel luogo della trasformazione e andava alla conquista dei centri di rappresentazione. Al contrario, nella città postindustriale la sinistra è centrata nei luoghi dell’immaginario urbano e deve riconquistare i territori della mutazione socioeconomica. Inoltre, la globalizzazione porta alla massima intensità questa disuguaglianza, poiché il centro è attirato nelle reti internazionali del terziario avanzato, mentre la periferia è impegnata nell’elaborazione sociale dell’immigrazione, con  gli estremi del rifiuto, ma anche con arricchimenti antropologici.
2. L’altrove spaziale senza tempo.
La trasformazione ha cambiato paradigma: nel primo trentennio la città evolveva per espansione dal centro verso la periferia secondo una logica di sviluppo progressiva e cumulativa. Nel secondo, invece, il mutamento ha preso la forma della frammentazione, secondo una logica disseminativa di insediamenti sparsi nella scala sempre più ampia dell’area metropolitana. La nuova dinamica travolge i vecchi confini tra interno ed esterno, mettendo in discussione una funzione delicata dello spazio che costituisce una sorta di interiorità delle relazioni sociali. Come per una persona la forza del carattere dipende dalla solidità della propria dimensione interiore, così l’organizzazione sociale trova il proprio ubi consistam nella rappresentazione spaziale. Il fenomeno è ben noto in teoria e trova conferma sia nelle forme di vita improntate alla solidarietà sia nei leghismi vecchi e nuovi.
Senza scomodare Kant si può facilmente convenire che il senso interno è depositario della concezione del tempo. Nella periferia della fase espansiva la funzione interiorizzante dello spazio era tanto forte da sostenere le temporalità progressive alla base di diverse utopie sociali: le lotte popolari di emancipazione, il sogno consumistico dei ceti medi in fuga dai centri storici verso i quartieri nuovi delle palazzine; le sperimentazioni del modernismo architettonico dal Corviale di Roma, alle Vele di Napoli e allo Zen di Palermo; la politica progressista della casa dal piano Fanfani allo sciopero generale del 1969.
La disuguaglianza nella periferia storica veniva rielaborata tramite un altrove temporale, un’utopia di buona società da raggiungere attraverso un cammino di progresso. Nella periferia della frammentazione, invece, venendo a mancare l’interiorità si atrofizza anche l’immaginario temporale e di conseguenza l’altrove può essere espresso solo in termini spaziali. La periferia contemporanea è un insieme eterogeneo di altrove senza tempo. La sua alterità è immediatamente realizzata nel qui e ora e proprio per questo i processi identitari non trovano un terreno di consolidamento. C’è sempre un altro qui e ora che si afferma con pari legittimità contro il precedente. Per fermare tali contrapposizioni le relazioni sociali sempre alla ricerca di stabilità si coagulano intorno a funzioni urbane capaci di garantirla. L’altrove spaziale, quindi, è sempre legato a una determinata funzione (M. Magatti, Libertà immaginaria, Feltrinelli, 2009, pp. 161-166). L’esempio migliore è il mega centro commerciale, dove proprio la specializzazione funzionale del consumo, cioè il dominio assoluto del qui e ora, è in grado di tenere insieme le eterogeneità della periferia frammentata.  Il centro commerciale è il rovescio della piazza. Questa nella periferia storica operava al contrario proprio come spazio senza alcuna funzione specifica, come luogo dell’indugio e dell’inutile. La stabilizzazione delle relazioni sociali nella piazza, infatti, si realizzava tramite la dimensione temporale o come memoria storica o come utopia dell’integrazione sociale.
Il passaggio dall’altrove temporale a quello spaziale spiega molti cambiamenti dell’immaginario periferico. Se il sociale non ha più un telos possono convivere nello stesso luogo prospettive diverse e opposte. Da un lato lo spazio diventa garanzia di chiusura della comunità, come si vede in quella vera e propria ossessione a recintare ogni cosa nelle periferie: la casetta con il cartello attenti al cane, il parco chiuso con i cancelli, il condominio esclusivo, la zona delimitata per gli immigrati ecc. Da quando il confine urbano ha perso il segno distintivo delle mura queste sono diventate immanenti rispetto alle relazioni sociali. D’altro canto, però, uno spazio senza interiorità è penetrabile da fenomeni che si sviluppano su scale diverse. Un insediamento metropolitano oggi è spesso una pluriperiferia, non solo rispetto a vecchio centro urbano, ma anche in relazione alla cittadina preesistente nell’hinterland e al mondo che fa sentire la sua presenza tramite gli immigrati.
La compresenza di chiusura e apertura sfuma la distinzione interno-esterno che è proprio la frontiera decisiva dell’identità sociale e politica. Tutto ciò determina uno sbilanciamento verso l’esteriorità e questa caratteristica viene esaltata dai mass-media che contribuiscono a dare notizia della periferia solo per espressioni estreme, dalle banlieu parigine, alle rivolte antinomadi, ai progetti di demolizione proposti da amministratori in cerca di celebrità. Ma lo sbilanciamento esteriore si può vedere anche in certi aspetti della vita quotidiana, ad esempio la proliferazione di hair stylist, solarium e nail shop nelle vie di borgata. La povertà estetica dei luoghi trova una compensazione o una purificazione nel trucco eccessivo della ragazze, come osserva Christian Raimo.
Le politiche e i linguaggi della sinistra sono rimasti legati alla fase dell’espansione e non sono più applicabili ai nuovi codici della periferia della frammentazione. Da qui viene un’incomprensione della realtà e tanto più un’incapacità a rappresentarla. Non so immaginare un borgataro riformista, dice con formula icastica Walter Siti, narratore neopasoliniano della periferia romana. Il politico di sinistra si presenta in borgata parlando di regole, di assetti istituzionali, di soluzioni amministrative da realizzare in futuro, cioè di un altrove temporale. Quello di destra, invece, gioca la carta dell’irregolarità, del rancore verso l’altro e del desiderio consumistico, secondo un radicale altrove spaziale. Per ribaltare i rapporti di forza la sinistra avrebbe dovuto trovare una connessione tra le riforme e la vita quotidiana della periferia, un linguaggio nuovo per parlare al popolo meglio di quanto faccia il populismo. Ciò avrebbe comportato calarsi nei luoghi della trasformazione rielaborando i propri codici culturali. E’ stato più facile conservare i vecchi e applicarli dove ancora potevano funzionare, cioè nei quartieri borghesi e della periferia consolidata.
Lungo gli assi della Distanza, Densità e Durata la politica di sinistra si è semplicemente spostata da un estremo all’altro per poter conservare se stessa. Così, le cinture rosse sono diventate le roccaforti delle destre e i quartieri borghesi sono diventate le casematte della sinistra.
3. La rendita urbana 
Tuttavia, queste modifiche dell’immaginario non sono sufficienti a rendere conto di un ribaltamento politico tanto marcato. E anzi spesso si è sbagliato ad assumerle come unico strumento di analisi, fino a dimenticare le componenti più strutturali delle diseguaglianze metropolitane. Questo approccio unilaterale ha portato un certo sociologismo giornalistico a sostenere che la periferia non esiste più o perlomeno non corrisponde a un disagio sociale. In realtà, la distanza tra le diverse parti della città sono aumentate proprio seguendo l’inasprimento delle diseguaglianze economiche che ha portato l’Italia negli ultimi venti anni verso una gerarchia sociale di tipo americano.
La periferia è ancora il luogo della povertà urbana. Innanzitutto, in termini economici. Tante analisi territoriali della distribuzione dei redditi, nonostante una certa diffusione di insediamenti di ceto medio nelle fasce più esterne della città, mostrano una forte polarizzazione territoriale. E, anzi, questa viene rafforzata dalle specifiche dinamiche sociali dell’economia della conoscenza. Al di là delle ireniche narrazioni sulla città creativa, lo sviluppo del terziario avanzato accentua le differenze tra i knowledge workers globalizzati e i poor workers delle periferie, come per prima ha evidenziato Saskia Sassen nell’analisi delle global cities. La trappola della disuguaglianza è ulteriormente accentuata dalla disparità nell’accesso all’istruzione, dai tassi di abbandono scolastico e in generale dalle opportunità di formazione del capitale umano. Il livello del titolo di studio segue un inesorabile andamento negativo dal centro verso la periferia.
L’unico ammortizzatore delle diseguaglianze è il patrimonio immobiliare. La  proprietà della casa è stata l’obiettivo perseguito da sempre con insolita coerenza dalla politica italiana. La disuguaglianza del reddito disponibile, quindi, risulta attenuata se si considera una componente che tiene conto dell’affitto risparmiato da chi possiede l’alloggio. Paradossalmente si potrebbe dire che la diffusione di rendita verso i piccoli proprietari è stato uno dei pochi interventi riusciti del welfare italiano, anche se a prezzo del degrado dei beni comuni. Infatti, per consentire l’acquisto della casa ai ceti medio bassi si sono dovuti ridurre i costi di realizzazione scaricando il peso sulla bassa dotazione di servizi e di trasporti. Questo è stato il tipico modo di produzione dell’edilizia speculativa, talvolta anche dell’edilizia pubblica e in modo estremo delle costruzioni abusive. Soprattutto nel centro sud tramite illegalità e condoni è stato possibile realizzare intere periferie costituite da ammassi di case senza città. Ricchezza proprietaria creata tramite la povertà pubblica. L’attenuazione delle diseguaglianze di reddito in questo caso è stato ottenuto a prezzo di più forti diseguaglianze nella qualità urbana.
Negli ultimi anni poi la rendita immobiliare si è agganciata a quella finanziaria mediante l’istituzione di appositi fondi di investimento. Il mattone ha preso a funzionare come un derivato, condividendo con la dinamica della finanza sia i vorticosi aumenti di valore sia le tempeste perfette. Nelle grandi città italiane la crescita dei prezzi degli immobili e degli affitti, in assenza di qualsiasi politica pubblica dell’abitazione, ha costretto giovani coppie e ceti popolari a trasferirsi negli hinterland per poi tornare nei centri storici a lavorare, determinando un pesante aggravamento di traffico a causa della penuria di trasporti su ferro. In questo caso la disuguaglianza spaziale si è manifestata nella forma più estrema, quella cioè dell’espulsione, come una sorta di ripresa contemporanea della pratica antica di bandire gli indesiderati dalla città.
4. Oltre il leaderismo e il notabilato
Tutto ciò ha influito sui comportamenti politici. Si sono accumulati nelle periferie della frammentazione grandi depositi di rancore, utilizzati istintivamente dalla destra e subiti ingenuamente dalla sinistra. Laddove questa era al governo ha dato una rappresentazione luccicante dello sviluppo urbano che ha provocato un rifiuto soprattutto da parte di quei cittadini messi al bando.
Inoltre, i ceti sociali che nella fase dell’espansione, sotto le bandiere della sinistra, hanno realizzato il sogno della casa, soprattutto nelle zone abusive, hanno preso a ragionare come proprietari di una rendita sentendosi quindi più vicini alla destra. Non solo, la carenza di servizi che aveva  abbassato i costi di costruzione dell’alloggio, viene avvertita oggi, in particolare dalle nuove generazioni, come un’ingiustizia localizzativa, senza considerare che quella povertà urbana è in parte responsabilità anche dei padri che hanno compiuto l’abuso. Ad aggravare la situazione c’è poi la presenza degli immigrati che vengono avvertiti da questi ceti proprietari come la possibilità di tornare alla povertà da cui si sono liberati. E il diverso diventa l’occasione per dare un simbolo a tutte le paure e i rancori accumulati nella trasformazione urbana.
Tutto ciò produce per la destra un vantaggio diretto in termini di orientamento politico, ma soprattutto un vantaggio indiretto a causa di una perdita di fiducia verso la politica, che è una condizione sempre sfavorevole per il progetto politico della sinistra. Proprio nelle estreme periferie si determina l’astensionismo più forte. E dove si perde fiducia aumentano anche i comportamenti utilitaristici verso la politica. Non solo la partecipazione elettorale diminuisce, ma viene fortemente condizionata da promesse clientelari e da forme notabilari di consenso.
Nella periferia della frammentazione viene a mancare la rappresentanza. Non solo la società periferica non si esprime in politica ma ne subisce le logiche di potere. I processi di formazione del consenso dal basso verso l’alto sono stati completamente sostituiti dalle macchine di controllo elettorale organizzate dal ceto politico. Tutto ciò comporta una perdita di potere della periferia. I suoi problemi passano in secondo piano rispetto alle altre parti della città.
E’ l’esito politico dei fenomeni sociali ed economici descritti sopra. L’altrove spaziale è una relazione sociale senza rappresentanza proprio perché viene a mancare quella interiorità che è alla base di una comune consapevolezza dei bisogni. Le diseguaglianze economiche sono frutto di processi a larga scala – perfino, come si è visto, della finanza globalizzata – che sfuggono ad una consapevolezza sociale maturata nel territorio.
La politica ha risposto adeguando perfettamente le sue forme a tali trasformazioni. Altro che distacco dalla società! Il sindaco eletto dai cittadini e il notabile che raccoglie preferenze sono ormai le uniche forme di presenza politica nella periferia. Entrambe rafforzano la verticalizzazione del consenso dall’alto verso il basso e quindi contribuiscono ad indebolire ulteriormente il potere politico della periferia. Nel passaggio dall’altrove temporale a quello spaziale si consuma la perdita di autonomia politica e si afferma l’eterodirezione dei gruppi sociali. Ma soprattutto quelle forme politiche tendono a mantenere lo status quo. Il notabilato è per sua natura la più conservativa, non a caso inventata dalla borghesia liberale prima del suffragio universale. Meno evidente è il carattere conservativo del sindaco, perché l’elezione diretta aveva promesso una forte capacità decisionale. A distanza di quasi venti anni da quella riforma elettorale – unanimemente giudicata come la migliore – è forse giunto il momento di farne un bilancio veritiero. A fare difetto nei sindaci è proprio la decisione, per diversi motivi. Innanzitutto, il secondo mandato è quasi sempre inutile, poiché la forte personalizzazione spinge il sindaco a pensare al suo futuro politico più che all’amministrazione, come si può constatare nella vicende politiche delle principali città italiane. Inoltre, la totale dipendenza dal circuito mediatico e la rafforzata rappresentazione del centro-città spinge il sindaco ad azioni di breve termine e di carattere fortemente simbolico. Queste in modo particolare parlano anche al popolo delle periferie, utilizzando proprio quella tendenza all’esteriorità di cui si è detto, ma in ogni caso sono tutte espressioni di leaderismo senza decisione. Il mandato decennale doveva assicurare la realizzazione di progetti di lungo periodo, ma la promessa non è stata mantenuta, anzi il sistema politico comunale è ormai malato di short-termism. Tutto ciò impedisce di affrontare i problemi strutturali della periferia, la quale quindi non solo non è rappresentata, ma non è neppure governata. In nessuna città italiana si ha notizia di importanti realizzazioni capaci di modificare la vita quotidiana delle periferie. Non si tratta però di mettere in discussione l’elezione diretta del sindaco, che è una delle poche certezze istituzionali del nostro paese, ma di guardare con realismo ai problemi che lascia insoluti l’attuale sistema politico comunale.
Soprattutto per il Partito Democratico dovrebbe porsi la domanda se sia proprio inevitabile lasciare al leaderismo e al notabilato l’esclusiva del rapporto con la periferie. Se sia, invece, quanto mai necessaria un’organizzazione politica capace di produrre rappresentanza e decisioni. Se la periferia sia il luogo decisivo per costruire il PD come moderno partito popolare capace di fare le riforme facendosi capire dai cittadini. Se la parola democratico scritta nelle nostre bandiere debba significare prima di tutto dare il potere a chi non ce l’ha. Anche ai cittadini delle periferie metropolitane.
Articolo di Walter Tocci, link originario:
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Notizie su Umberto Zimarri

Umberto Zimarri
..Io, giullare da niente, ma indignato, anch'io qui canto con parola sfinita, con un ruggito che diventa belato, ma a te dedico queste parole da poco che sottendono solo un vizio antico sperando però che tu non le prenda come un gioco, tu, ipocrita uditore, mio simile... mio amico...

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