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Fernando Pessoa: una sola moltitudine

“Essere poeta non è una mia ambizione. È la mia maniera di stare solo”.

 

Il 30 novembre 1935 muore a Lisbona, in un letto d’ospedale, Fernando Antònio Nogueira Pessoa.

Si congeda dal mondo e dalla vita con le parole: “Adesso datemi i miei occhiali” (era molto miope). Qualche ora prima aveva chiesto carta e penna e scritto quella che diventerà la sua ultima frase: ”Non so cosa porterà il domani”.

Fernando Pessoa una sola moltitudineChi era Fernando Pessoa?

Traduttore, poeta, scrittore, giornalista, scapolo, monarchico, templare (?), nazionalista mistico (“Tutto per l’Umanità, niente contro la Nazione” ), appassionato di occultismo e massoneria, astrologo dilettante, nemico giurato di ignoranza-fanatismo-tirannia, innamorato di Ophelia Queiroz.

Fernando Pessoa è stato tutto questo, altro e molti altri. E’ stato Alvaro de Campos, ma anche Chevalier de Pas, Antonio Mora, Alexander Search, Doutor Pancràcio, Eduardo Lança, Gaudencio Nabos, David Merrick, Charles James Search, Charles Robert Anon, Horace James Faber, Coelho Pacheco, Vicente Guedes, Bernardo Soares, Ricardo Reis, Alberto Caeiro da Silva, Raphael Baldaya, il Barone di Teive.

E’ stato così tanto e così altro da far pensare che non sia mai esistito veramente. Proprio come tutti i Pessoa di Pessoa.

“Quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo. Sono variamente altro da un io che non so se esiste”.

O forse si, o forse invece, quello era l’unico modo che aveva per poter sentire di esistere.

“Mi sono moltiplicato per sentire, per sentirmi, ho dovuto sentire tutto, sono straripato, non ho altro che traboccarmi, e in ogni angolo della mia anima c’è un altare a un dio differente”.

 

Gli altri Pessoa

Quando si dice: il destino nel nome. La parola “pessoa” in portoghese vuol dire “persona”. E quante persone è stato Fernando Pessoa? Una? Molteplici? Nessuna?

“Fin da bambino ho avuto la tendenza a creare intorno a me un mondo fittizio, a circondarmi di amici e conoscenti che non erano mai esistiti (non so, beninteso, se realmente non siano esistiti o se sono io che non esisto; in queste cose, come del resto in ogni cosa, non dobbiamo essere dogmatici). Fin da quando mi conosco come colui che definisco ‘io’, mi ricordo di avere disegnato mentalmente, nell’aspetto, movimenti, carattere e storia, varie figure irreali che erano per me tanto visibili e mie come le cose di ciò che chiamiamo, magari abusivamente, la vita reale”.

La caratteristica principale della sua instancabile attività letteraria è l’eteronimia. Pessoa crea opere, autori, vite, personalità parallele e differenti dalla propria. A ognuno attribuisce una faccia, dati anagrafici, un lavoro, un segno zodiacale. Persino quando scrive usando il suo vero nome, appare un altro, come se anche Fernando Pessoa fosse uno dei tanti eteronimi o se, al contrario, in ognuno degli altri ci fosse un po’ o l’intero Pessoa creatore, incluso lo stesso Fernando Pessoa.

“Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un’unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti”.Pessoa a 6 anni

Nasce il 13 giugno 1988 a Lisbona. Suo padre è un funzionario del ministero della Giustizia e critico musicale, sua madre è una scrittrice di notevole cultura letteraria e artistica.

All’età di 6 anni Pessoa, crea il suo primo personaggio: il francese Chevalier de Pas (attraverso il quale, scrive lettere indirizzate a se stesso). Qualche anno dopo è la volta di Alexander Search, il suo gemello (stessa data di nascita).

Gli eteronimi più significativi:

Ricardo Reis. Medico, nato a Oporto il 19 settembre 1887. Educato in un collegio di gesuiti, aderisce allo stoicismo e alla filosofia epicurea. Per le sue idee monarchiche si autoesilia in Brasile dal 1919. Poeta dallo stile classico e armonico, latinista. Muore nel 1935 (non si conosce la data precisa).

Alvaro de Campos. Nato a Tavira, il 15 ottobre 1890. Laureato a Glasgow in ingegneria navale, vive a Lisbona. Alto, elegante, capelli neri e lisci, leggermente snob. Scrive “Ode trionfale”, manifesto della poesia moderna portoghese. E’ l’unico ad attraversare fasi differenti nella poetica: inizialmente simbolista, poi futurista, infine nichilista. Omosessuale, si oppone alla storia d’amore tra Pessoa e Ophélia Queiroz perché geloso della giovane: le sue lettere saranno determinanti per la rottura del rapporto. Muore il 30 novembre 1935, lo stesso giorno di Pessoa.

Alberto Caeiro da Silva. Contadino, istruzione elementare. Poeta e filosofo anti-metafisica (“gli esseri semplicemente ‘sono’ e nulla più” ), ritiene che la realtà non sia conoscibile poiché altrove. Ricerca l’essenzialità delle cose. Biondo, carnagione chiara, occhi azzurri, media statura. Nato a Lisbona nel 1889. Malato di tubercolosi (come il padre di Pessoa), passa la sua breve vita in un villaggio del Ribatejo, dove scrive “Il custode di greggi”. Muore nel 1915. E’ il maestro, prematuramente scomparso, di tutti gli eteronimi ma in modo particolare di Alvaro de Campos e Fernando Pessoa. Caeiro nasce che è già morto nella mente del suo creatore. Quello che resta di lui è la sua opera postuma e il ricordo dei suoi allievi.

“ […] L’8 marzo 1914 – mi avvicinai a un alto comò e, preso un foglio di carta, cominciai a scrivere, in piedi, come scrivo ogni volta che posso. E scrissi trenta e passa poesie, di seguito, in una specie di estasi di cui non riuscirei a definire la natura. Fu il giorno trionfale della mia vita, e non potrò più averne un altro simile.
Cominciai con un titolo: ‘Il custode di greggi’. E quanto seguì fu la comparsa in me di qualcuno a cui subito diedi il nome di Alberto Caeiro. Mi scusi l’assurdità della frase: era apparso in me il mio Maestro. Fu questa la mia immediata sensazione. Tanto che, non appena scritte le trenta e passa poesie, afferrai un altro foglio di carta e scrissi, di seguito, le sei poesie che costituiscono ‘Pioggia obbliqua’ di Fernando Pessoa. Immediatamente e totalmente… Fu il ritorno di Fernando Pessoa-Alberto Caeiro al Fernando Pessoa-lui solo. O meglio, fu la risposta di Fernando Pessoa alla propria inesistenza come Alberto Caeiro”.
 

Fernando_Pessoa_una sola moltitudineAntonio Mora. Filosofo neopagano di ispirazione nietzscheana, laureato in giurisprudenza. Uomo imponente, dalla barba canuta. Trascorre l’ultimo periodo della sua vita ricoverato in una clinica psichiatrica. Scrive “Il ritorno degli déi”.

Bernardo Soares. Contabile in una ditta di tessuti della Baixa di Lisbona. Un sonnambulo, uomo inquieto, dimesso, umile. Di lui Pessoa scrive: “E’ una semplice mutilazione della mia personalità, sono io senza il raziocinio e l’affettività”. E’ l’autore dell’opera più famosa del poeta portoghese, “Il libro dell’inquietudine”.

Fernando Pessoa Ortonimo. Ci sono opere firmate con il nome autentico, affiancate dalla parola “Ortonimo”. Pessoa Ortonimo non è il vero Fernando Pessoa (se ha senso in questo caso utilizzare la parola ‘vero’); è un personaggio dedito alla ricerca spirituale; con questo nome firma soprattutto lavori esoterici, anche se l’opera principale è “Messaggio”: una raccolta di poemi sui grandi personaggi storici portoghesi, che rappresenta l’unico libro pubblicato in vita da Pessoa.

Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa

Probabilmente nulla meglio di un racconto di Antonio Tabucchi può rendere l’idea di cosa siano stati gli ultimi giorni di vita dello scrittore portoghese. Forse perché si tratta di una biografia immaginaria e a volte niente meglio dell’immaginazione può aprirci le porte del reale.

Nel letto di ospedale, Pessoa riceve le visite dei suoi eteronimi: un ultimo saluto irreale con quei personaggi inesistenti che realmente gli hanno tenuto compagnia tutta una vita.

Due giorni prima di morire, incontra Alvaro de Campos.

[…] Posso fumare?, chiese Campos.
Pessoa fece un gesto affermativo con la testa.
Campos tirò fuori dalla tasca un astuccio d’argento e prese una sigaretta, la infilò in un lungo bocchino d’avorio e l’accese.
Sai, Fernando, disse, ho nostalgia di quando ero un poeta decadente, dell’epoca in cui feci quel viaggio in transatlantico nei mari d’Oriente, ah, allora sarei stato capace di scrivere versi alla luna, e ti assicuro, la sera, sul ponte, quando c’erano i balli a bordo, la luna era talmente scenografica, era talmente mia. Ma a quel tempo io ero stupido, facevo dell’ironia sulla vita, non sapevo godere la vita che mi era data, e così ho perso l’occasione, e la vita mi è sfuggita.
E poi?, chiese Pessoa.
E poi ho cominciato a voler decifrare la realtà, come se la realtà fosse decifrabile, ed è venuto lo sconforto. E con lo sconforto, il nichilismo, poi non ho più creduto a niente, neppure a me stesso. E oggi sono qui al tuo capezzale, come uno straccio inutile, ho fatto le valigie per nessun luogo, e il mio cuore è un secchio svuotato.
Campos andò verso il tavolino e schiacciò il mozzicone di sigaretta in un piattino di porcellana.
Bene, caro Fernando, disse, avevo bisogno di dirti queste cose ora che forse stiamo per lasciarci, devo andarmene, verranno anche gli altri a trovarti, lo so, e a te non resta più tanto tempo, addio.
Campos mise il mantello sulle spalle, infilò il monocolo all’occhio destro, fece un rapido gesto di saluto con la mano, aprì la porta, si soffermò un attimo e ripeté: addio, Fernando. E poi sussurrò: forse non tutte le lettere d’amore sono ridicole. E chiuse la porta”.
 

L’ultimo a fargli “visita” fu Antonio Mora.

“[…] La vita è indecifrabile, mai chiedere e mai credere, tutto è occulto, dice Fernando Pessoa. In primo luogo gli dèi torneranno, perché questa storia dell’anima unica e di un solo dio è una cosa passeggera che sta per finire nei brevi cicli della storia. E quando gli dei torneranno noi perderemo questa unicità dell’anima, e la nostra anima potrà di nuovo essere plurale, come vuole la NaturaPoi andavo a sedermi sul terrazzo e guardavo la baia, guardavo le barche dei pescatori che tornavano all’imbrunire, sentivo le voci dei marinai che si chiamavano allegramente fra di loro, respiravo l’odore del catrame e delle reti da pesca, e tutto era bello e antico, e così mi sono curato, ho dimenticato la morte e ho ricominciato a vivere.
Anch’io ho dimenticato la morte, disse António Mora, perché ho letto il paterno Lucrezio che insegna il ritorno della vita nell’Ordine della Natura, e ho capito che tutti gli atomi che ci compongono, queste particelle infinitesimali che sono il nostro corpo di ora, dopo torneranno nel ciclo eterno e saranno acqua, terra, fertili fiori, piante, la luce che dà la vista, la pioggia che ci bagna, il vento che ci scuote, la neve candida che ci avvolge col suo manto in inverno. Noi tutti ritorneremo qui sulla terra, o grande Pessoa, nelle innumerevoli forme che vuole la Natura, e forse saremo un cane chiamato Jò, un filo d’erba o le caviglie di una giovane inglese che guarda stupita una piazza di Lisbona. Ma la prego, è presto per partire, resti ancora un po’ fra noi, in quanto Fernando Pessoa.
Pessoa appoggiò una guancia sul cuscino e fece un sorriso stanco. Caro António Mora, disse, Proserpina mi vuole nel suo regno, è ora di partire, è ora di lasciare questo teatro d’immagini che chiamiamo la nostra vita, sapesse le cose che ho visto con gli occhiali dell’anima. Ho visto i contrafforti di Orione, lassù nello spazio infinito, ho camminato con questi piedi terrestri sulla Croce del Sud, ho attraversato notti infinite come una cometa lucente, gli spazi interstellari dell’immaginazione, la voluttà e la paura, e sono stato uomo, donna, vecchio, bambina, sono stato la folla dei grandi boulevards delle capitali dell’Occidente, sono stato il placido Buddha dell’Oriente del quale invidiamo la calma e la saggezza, sono stato me stesso e gli altri, tutti gli altri che potevo essere, ho conosciuto onori e disonori, entusiasmi e sfinimenti, ho attraversato fiumi e impervie montagne, ho guardato placide greggi e ho ricevuto sul capo il sole e la pioggia, sono stato femmina in calore, sono stato il gatto che gioca per strada, sono stato sole e luna, e tutto perché la vita non basta. Ma ora basta, mio caro António Mora, vivere la mia vita è stato vivere mille vite, sono stanco, la mia candela si è consumata, la prego, mi dia i miei occhiali.
António Mora si aggiustò la tunica. Prometeo premeva in lui. Oh, esclamò, cielo divino, venti alati veloci, fonti dei fiumi, sorriso innumerevole delle onde marine, terra, madre universale, voi invoco, e il globo del sole che tutto vede, guardate che cosa subisco.
Pessoa sospirò.
António Mora prese gli occhiali sul comodino e glieli accomodò sul viso.
Pessoa spalancò gli occhi e le sue mani si fermarono sul lenzuolo. Erano esattamente le 20:30 del giorno 30 novembre 1935.
 

fernando pessoa eteronimiCosa ci ha lasciato Pessoa?

L’opera di Pessoa è soprattutto postuma, come la sua fama. Non che in vita non fosse conosciuto o apprezzato, ma lo era soprattutto per i suoi sconosciuti eteronimi e non in quanto Fernando Pessoa.

Paradossalmente, inevitabilmente, la morte gli ha dato un’identità, facendo emergere la frammentaria mole dei suoi unici scritti: in un mobile della sua camera venne trovata una notevole quantità di lettere, poesie, appunti, riflessioni, racconti (ha scritto ininterrottamente dall’età di 7 anni fino al giorno della morte). Nel suo solitario appartamento, Pessoa ci ha lasciato un baule pieno di gente.

Il libro dell’inquietudine (di Bernardo Soares). E’ l’opera di maggior successo dello scrittore portoghese. Uno dei romanzi capolavoro del Novecento: un diario autobiografico senza fatti di un personaggio inesistente.

“La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente. E’ un viaggio dello spirito attraverso la materia, e poiché è lo spirito che viaggia, è in esso che noi viviamo. Ci sono perciò anime contemplative che hanno vissuto più intensamente, più largamente, più tumultuosamente di altre che hanno vissuto la vita esterna. Conta il risultato. Ciò che abbiamo sentito è ciò che abbiamo vissuto. Si ritorna stanchi da un sogno come da un lavoro reale. Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto”.

Il banchiere anarchico. Un dialogo platonico tra due uomini seduti a un tavolo di un ristorante. Un ricco banchiere anarchico da una parte, un quasi muto e stupefatto interlocutore dall’altra.

“Il vero male, l’unico male, sono le convenzioni e le finzioni sociali, che si sovrappongono alle realtà naturali – tutto, dalla famiglia al denaro, dalla religione allo stato[…]. Ho cercato di considerare quale fosse la prima, la più importante delle finzioni sociali. […] La più importante, perlomeno nella nostra epoca, è il denaro. Come soggiogare il denaro, o, più precisamente, la forza e la tirannia del denaro? Liberandomi dalla sua influenza, dalla sua forza, rendendomi superiore, quindi, alla sua influenza, neutralizzando la sua azione su di me. 
[…] Come potevo rendermi superiore alla forza del denaro? Il modo più semplice era allontanarmi dalla sfera della sua influenza, cioè dalla civiltà; andare in un campo a mangiare radici e a bere acqua dalle fonti; girare nudo e vivere come un animale. Ma questo, e non avrei avuto nessuna difficoltà a farlo, non significava combattere una finzione sociale; non era nemmeno combattere: era fuggire. Dal punto di vista dei fatti, chi si sottrae a una lotta non è sconfitto nella lotta stessa. Ma moralmente lo è, perché non si è battuto. Il metodo doveva essere un altro —un metodo di lotta e non di fuga. Come soggiogare il denaro, combattendolo? Come sottrarmi alla sua influenza e alla sua tirannia, senza evitare lo scontro con esso? Il procedimento era uno solo: guadagnarlo, guadagnarlo in quantità sufficiente da non sentirne il bisogno; e quanto più ne avessi guadagnato, tanto più sarei stato libero da tale bisogno. È stato quando ho visto questo in modo chiaro, con tutta la forza della mia convinzione di anarchico e con tutta la mia logica di uomo lucido, che sono entrato nella fase attuale — quella commerciale e bancaria, amico mio — della mia anarchia”.

 

L’ora del diavolo. E’ il racconto dello strano incontro che una donna fa, una sera, al ritorno da un ballo in maschera. Un dialogo sconcertante con un misterioso personaggio.

« – Ma, se il mondo è azione, com’è che il sogno fa parte del mondo?
E’ che il sogno, signora, è un’azione divenuta idea; e che, perciò, conserva la forza del mondo e ne ripudia la materia, cioè l’essere nello spazio. Non è forse vero che siamo liberi nel sogno?
Sì, ma è triste il risveglio…
Il buon sognatore non si sveglia. Io non mi sono mai svegliato. Dio stesso dubito che non dorma. Già una volta me lo ha detto.
Lei lo guardò con un sussulto ed ebbe improvvisamente paura, un sentimento dal più profondo dell’anima, che non aveva mai provato.
Ma, insomma, Lei chi è? Perché è così mascherato?
Rispondo, con una sola risposta, alle sue due domande: non sono mascherato.
Come?
Signora, io sono il Diavolo. Si, sono il Diavolo. Ma non mi tema e non trasalisca.
E in un batter d’occhi di terrore estremo, in cui affiorava un piacere nuovo, ella riconobbe, all’improvviso, che era vero.
Sono proprio il Diavolo. Non si spaventi, però, perché sono il Diavolo, per l’appunto, e perciò non faccio male. Stia dunque tranquilla. Corrompo, certo, perché faccio immaginare. Sono il Dio dell’Immaginazione, perduto perché non creo. E’ grazie a me che, bambina, hai sognato quei sogni che sembrano giochi; è grazie a me che, già donna, la notte hai potuto abbracciare i principi e i dominatori che dormono al fondo di quei sogni. Sono lo Spirito che crea senza creare, la cui voce è fumo, e la cui anima è un errore. Dio mi ha creato perché io lo imitassi, di notte. Lui è il Sole, io sono la Luna. La mia luce si libra su tutto ciò che è futile o finito, fuoco fatuo, sponde del fiume, paludi e ombre. Quando, nei lunghi pomeriggi caldi, sognavi tanto da sognare di sognare, non hai visto passare, nel fondo dei tuoi sogni, una figura velata e rapida, quella che ti avrebbe dato tutta la felicità, quella che ti avrebbe baciato indefinitamente? Ero io. Sono io. Sono colui che hai sempre cercato e che mai potrai trovare. Forse, nel fondo immenso dell’abisso, Dio stesso mi cerca, affinché io lo completi, ma la maledizione del Dio Più Vecchio – il Saturno di Geova – aleggia su di lui e su di me, ci separa, quando avrebbe dovuto unirci, affinché la vita e ciò che desideriamo da lei fossero una cosa sola. L’anello che usi e ami, l’allegria di un pensiero vago, il sentirti bene di fronte allo specchio in cui ti guardi – non illuderti: non sei tu, sono io. Sono io che lego bene tutti i lacci con cui le cose si decorano, che dispongo esattamente i colori con cui le cose si adornano. Di tutto quanto non vale la pena di essere io faccio il mio dominio e il mio impero, signore assoluto dell’interstizio e dell’intermedio, di ciò che nella vita non è vita».
 

Ophelia e Pessoa lettere alla fidanzataLettere alla fidanzata. Gli scritti profondi e irreali, a tratti pieni di affettuosità adolescenziale e grandi slanci, con cui Pessoa conversa con Ophélia Queiroz, l’unica “fidanzata” avuta dal poeta portoghese. Quando la relazione sembra avviata verso il fidanzamento ufficiale, tra alti e bassi, termina bruscamente con il decisivo intervento di Alvaro de Campos che scrive varie lettere alla ragazza in cui parla malissimo del suo amato.

Il 29 novembre 1920, con una lettera, mette fine alla loro storia:

“Il Tempo, che invecchia i volti e i capelli, invecchia anche, ma ancora più rapidamente, gli affetti violenti. La maggior parte della gente, per la sua stupidità, riesce a non accorgersene, e crede di continuare ad amare perché ha contratto abitudine a sentire se stessa che ama. Se non fosse così, non vi sarebbe al mondo gente felice. Le creature superiori, tuttavia, sono private della possibilità di codesta illusione, perché non possono credere che l’amore sia duraturo, né, quando sentono che esso è finito, si sbagliano interpretando come amore la stima, o la gratitudine, che esso ha lasciato.[…]
Queste cose fanno soffrire, ma poi il dolore passa. Se la stessa vita, che è tutto, passa, perché non dovrebbero passare l’amore, il dolore e tutte le cose che sono solo parti della vita?”.
 

Nella sua ultima lettera scrive:

“Tutte le lettere d’amore sono ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero ridicole.
Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole […]”.
 

Uno in quanto multiploCosa è stato Fernando Pessoa?

Uno in quanto multiplo, in solitaria compagnia di se stesso e dei tanti altri sé.

Pessoa poteva essere solo quello che è stato, né uno in più, né uno in meno. Senza dubbio, uno dei più grandi scrittori del Novecento. E’ riuscito a rendere visibili e reali, attraverso le sue Persone e la loro poetica, quei luoghi dell’oscura profondità dell’animo umano dove vivono e convivono tutte le parti che ci compongono. I tanti Pessoa, sono entrati in quel nucleo misterioso e impenetrabile raccontandolo ognuno a modo suo, forse come nessuno è riuscito a fare, perché i tanti Pessoa erano proprio, ognuno, una parte e il tutto di quel nucleo.

Forse però, quello che è stato scritto su Pessoa, in queste e altre righe è solo un ulteriore fraintendimento del suo Essere al mondo e del suo R-esistere nel mondo. Probabilmente allora, nessuno meglio di uno dei suoi lui, nessuno meglio di Bernardo Soares (“sono io senza il raziocinio e l’affettività” ), ha avuto così tanta capacità di riflettere, da “sentire” il futuro.

“A volte penso, con un piacere triste, che se un giorno, in un futuro al quale ormai non apparterrò più, queste frasi che scrivo rimarranno nel tempo degne di lode, avrò finalmente delle persone che mi “comprendono”, i miei, la mia famiglia vera in cui nascere e essere amato. Ma, lungi dal nascervi, io sarò già morto da molto tempo. Sarò capito solo in effige, quando per chi è morto l’affetto non compenserà più la totale indifferenza di quando era vivo.
Forse un giorno capiranno che ho compiuto, come nessun altro, il mio dovere-congenito di interprete di una parte del nostro secolo; e quando lo comprenderanno, scriveranno che nella mia epoca non sono stato capito, che sventuratamente sono vissuto tra la disaffezione e la freddezza e che è un peccato che mi sia successo questo. E chi lo scriverà, nel periodo in cui lo scriverà, sarà, come coloro che mi circondano, uno che non comprende il mio omologo di quel tempo futuro…” (da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares).
 

Fonti:

  1. Collio, Vite di Fernando Pessoa scritte da sé medesimo, Passigli, Firenze 2007;
  2. Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, Feltrinelli, Milano 1999;
  3. Pessoa (a cura di U. Serani), Il banchiere anarchico, Passigli, Firenze 2001;
  4. Pessoa (a cura di T. R. Lopes), L’ora del diavolo, Passigli, Firenze 1998;
  5. Pessoa (a cura di A. Tabucchi), Lettere alla fidanzata, Adelphi, Milano 1988;
  6. Tabucchi, Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa, Sellerio, Palermo 1994;

 

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Mirco Zurlo
"Quando non si conosce la verità di una cosa, è bene che vi sia un errore comune che fissi la mente degli uomini. La malattia principale dell'uomo è la malattia inquieta delle cose che non può conoscere; e per lui è minor male essere nell'errore che in quella curiosità inutile".

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