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Sogni e incubi a stelle e strisce (parte 1)

Il bisogno di idealizzare cose, persone, gruppi, popoli, nazioni è un bisogno tipicamente umano, presente in ognuno di noi. Abbiamo la necessità di credere nell’esistenza di qualcosa di meraviglioso, perfetto, grandioso, esemplare e in esso tendiamo a rispecchiarci per trovare un po’ di quello che siamo e di quello che non siamo e che forse vorremmo essere.

E’ probabile che il momento delicato che vive il nostro Paese, spinga ad accentuare tale bisogno. Ci guardiamo intorno e quasi tutto ci sembra migliore. Lo dice un famoso proverbio e lo cantavano pure i Soerba, l’erba di vicini e amici appare sempre più verde. Tutto il marcio e solo il marcio si vede qui da noi, tutto il bello e solo il bello è quello che consideriamo oltre i confini, nel nostro ideale. Ma il reale ha sempre tante sfaccettature che non conosciamo o non consideriamo, o che non intendiamo conoscere e considerare.

Sogno americanoTra tutte le nazioni, non ce n’è una più idealizzata di quella statunitense. Per molti, gli USA fanno ancora rima con la parola sogno: il posto migliore dove vivere per raggiungere la tanto desiderata felicità. Gli Stati Uniti d’America sono il prototipo dello Stato dove le cose funzionano e sono fatte come si deve; dello Stato “giusto” e sicuro dove chi sbaglia non ha scampo e paga duramente, prontamente. Nell’ideale dei nostri ragionamenti, tra tutte le cose che funzionano niente funziona meglio della Giustizia americana, nessun posto è più sicuro e meglio controllato.

Forse è inutile sottolineare che su molti aspetti, le differenze con l’Italia sono abissali ma forse dovremmo considerare anche l’altra faccia della medaglia che, nonostante tutte le idealizzazioni ed esaltazioni, esiste eccome. Stiamo parlando di una delle nazioni più ambigue e contraddittorie del mondo, dove il confine tra sogno e incubo è più sottile che altrove, dove ciò che viene visto come un segno di forza può trasformarsi (o rivelarsi) in (una) debolezza.

Ad esempio, l’11 settembre 2001, da qualunque prospettiva lo si voglia interpretare (complotto o meno), ha posto degli interrogativi inquietanti e messo in risalto contraddizioni impressionanti. Come è potuto accadere una cosa del genere proprio nella nazione percepita come la più sicura di tutto l’Occidente? Impreparazione professionale o inganno globale? Qualsiasi risposta si voglia dare, dovremmo riflettere su un aspetto comune denominatore: non ci troviamo in quel posto così sicuro come viene pensato. Molti dati lo dimostrano. Uno su tutti: negli Usa avvengono mediamente 4,7 omicidi l’anno ogni 100000 abitanti, contro lo 0,9 dell’Italia (dati UNODC 2011 – United Nations Office on Drugs and Crime), eppure il nostro Paese è in genere considerato come decisamente più insicuro di quello americano (dove nella realtà a parità di abitanti si uccide quasi 5 volte in più rispetto all’Italia).

Neppure la Giustizia è risparmiata da contraddizioni e ambiguità, anzi, forse in essa si trovano quelle più assurde. Il sistema giuridico americano è sicuramente tra i più evoluti del pianeta, figlio di una società democratica dove la cultura dell’investigazione si è sviluppata come in pochi altri posti. Nella moderna teoria dell’investigazione l’errore ha un posto preminente, considerato che esso è, in un certo senso, fisiologico, consolidato nella struttura biologica dell’essere umano, come dimostrano le neuroscienze. E poiché sono esseri umani sia coloro che conducono indagini, sia coloro che giudicano le evidenze investigative, è facile immaginare quanto ampio e pericoloso sia lo spazio per l’errore. Le conseguenze possono essere disastrose: un errore investigativo può trasformarsi in errore giudiziario e portare alla condanna di un innocente e all’impunità del vero colpevole; allo stesso modo ci possono essere errori esclusivamente giudiziari che nascono nelle aule dei tribunali da un’errata interpretazione di prove e indizi, o da pregiudizi e oscure necessità interiori che non lasciano spazi di sorta a qualsiasi “ragionevole dubbio”.

E’ vero, ogni sistema giudiziario ha una propria quota di errori quasi inevitabili, ha i propri innocenti in galera e i propri colpevoli in libertà, ma un Paese all’avanguardia che è vanto (e si vanta) di modernità, competenza e professionalità ai massimi livelli, non dovrebbe permettere all’errore di diventare irrimediabile; non dovrebbe esistere la possibilità di “eseguire” Ingiustizie eterne in nome e per conto della Giustizia umana. Eppure in America, ancora oggi, questo può accadere con la pena di morte.

PenadiMorte2Nella nazione dove la cultura giuridica e investigativa è forse la più avanzata e all’avanguardia, si ricorre ancora (in alcuni suoi Stati) al più antico e peggiore rimedio di giustizia previsto dalla legge. Già Beccaria, circa 250 anni fa, aveva intuito l’inutilità di un tale strumento che non porta ad alcuna soluzione dei problemi criminali, anzi ne genera altri: i crimini non diminuiscono e per punire lo spargimento di sangue si sparge altro sangue, a volte anche innocente. La pena di morte trasforma gli errori investigativi-giudiziari in errori capitali, assoluti, definitivi, non più rimediabili: qualcosa di assurdo e inaccettabile per qualsiasi moderna democrazia.

braccio della morteNumerosi studi e ricerche hanno dimostrato la frequenza preoccupante con cui si ripetono gli errori anche nei casi di condanne a morte. L’analisi del Prof. James Liebman è drammaticamente illuminante: di 4578 casi giudiziari americani conclusi con la condanna a morte dell’imputato, nel 68% sono emersi errori nelle indagini o nella fase processuale causati da poliziotti, avvocati, periti, testimoni, giudici. Di questi casi, a seguito della revisione del processo, il 7% dei condannati a morte è risultato innocente e l’82% ha ricevuto condanne meno pesanti! Per certi aspetti quel 7% deve ritenersi anche fortunato, per loro l’errore è stato scoperto in tempo e si è potuto porre rimedio, ma per quante persone invece non è andata così? Quanti esseri umani sono stati giustiziati da innocenti? Quanti altri dovranno subire la stessa sorte in nome di un’infallibilità che non ci può appartenere per natura?

(continua)

la seconda parte: http://www.lindifferenziato.com/2014/02/26/sogni-e-incubi-stelle-e-strisce-lo-strano-caso-del-dr-ralph-erdmann-parte-2/

Sogni e incubi a stelle e strisce (parte 1)
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Notizie su Mirco Zurlo

Mirco Zurlo
"Quando non si conosce la verità di una cosa, è bene che vi sia un errore comune che fissi la mente degli uomini. La malattia principale dell'uomo è la malattia inquieta delle cose che non può conoscere; e per lui è minor male essere nell'errore che in quella curiosità inutile".

3 Commenti

  1. complimenti x l’articolo mirko…come sempre sei stato molto chiaro e diretto,arrivando al nocciolo del discorso senza girarci intorno più di tanto,così che anche gli “ignoranti” come me possano capire,riflettere e farsi una propria idea sull’argomento,avendo sicuramente più elementi su cui basarsi.
    Ebbene,dopo aver letto questo articolo,pur sforzandomi,non sono riuscito a cambiare la mia idea in merito alla pena di morte. Io penso che sia uno strumento assolutamente sbagliato per fare giustizia,soprattutto se si pensi che in certi casi non si può avere la certezza assoluta della colpevolezza di un individuo…però mi chiedo:nei casi eclatanti,dove le prove sono schiaccianti (ad esempio il kobobo della situazione,ripreso da decine di telecamere mentre ammazzava la gente a picconate),siamo sicuri che non sia utile?
    Perdonate la mia schiettezza,ma io ad una bestia del genere non darei neanche un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua al giorno! Ci sono tanti cani randagi in giro che ne hanno bisogno,diamo a loro il cibo anzichè darlo ai molti Kobobo che sono detenuti in italia.
    Per quanto mi riguarda,gente così,che uccide solo x il gusto di farlo,va uccisa a sua volta e tolta dal mondo….e non mi si venga a dire che è solo un poverino incapace di intendere e volere,che magari tra un paio d’anni va in una casa famiglia e ammazza qualcun altro (fatto già accaduto anche questo).
    Questo è il mio pensiero. Ciao ragazzi,un abbraccio.
    Siriano

  2. Mirco Zurlo

    Ciao Siriano! Grazie per aver espresso la tua opinione.
    Non temere perchè anche io mi sento e sono “ignorante” su tante cose. 😉
    Mi fa piacere che l’articolo ti abbia fatto riflettere: è quello che volevo. Nulla di più. Non mi aspetto che qualcuno cambi la sua opinione leggendolo, ma mi piace pensare che qualcuno si interroghi, anche solo per qualche istante, su quello che sta leggendo.
    Ti dico la mia: non credo che la pena di morte sia un rimedio da adottare in nessun caso, neanche nei più eclatanti; anzi, non credo che la pena di morte sia proprio un rimedio ma sia solo un inutile e pericoloso strumento che porta a un ulteriore evitabile spargimento di sangue.
    Inutile perchè non restituisce la vita alla vittima nè può rendere sollievo ai familiari. Molti familiari di persone assassinate che hanno assistito all’esecuzione del carnefice del proprio caro hanno avuto alcuni, solo un temporaneo e illusorio senso di sollievo e giustizia, altri si sono sentiti addirittura peggio.
    Pericoloso per decine di motivi, uno su tutti: non si può educare la società al “bene” attraverso il “male”. Mi spiego meglio. Dal mio punto di vista, un Paese che si dice civile e democratico non può dire ai suoi cittadini: “non devi uccidere altrimenti ti uccido” è come dire ad un alcolizzato non devi bere altrimenti ti do da bere io (scusa la banalità dell’esempio).
    E poi c’è un altro fatto, nella realtà i casi eclatanti sono molto meno semplici di quanto si pensa, o meglio molti casi appaiono, a prima vista, estremamenti semplici poichè sul sospettato sembrano esserci prove schiaccianti: ebbene, è quello il momento in cui c’è il grosso rischio che vada a finire in galera un innocente. Si vedono solo gli elementi che possono incastrare il sospettato mentre tutto il resto si lascia in secondo piano. La cronaca giudiziaria di tutto il mondo è piena di casi del genere. Non si può dare per scontato nemmeno una confessione di auto-colpevolezza, figuriamoci tutto il resto.
    C’è tanta gente che uccide direttamente o porta gli altri ad uccidersi, per il gusto di farlo, per la necessità sadica di controllare e dominare l’altro, per il bisogno di sentirsi onnipotente, per infinite altre motivazioni possibili; la mente umana è sufficientemente complessa per produrre una varietà incalcolabile di aberrazioni. E continuo a credere che i criminali più tremendi siano quelli che non torcono nemmeno un capello alle proprie “vittime”, e in genere questi non fanno neanche un giorno di galera.
    Comunque domani credo che verrà pubblicata la seconda parte dell’articolo. Spero ti faccia riflettere ugualmente. 😉
    Grazie ancora! Un abbraccio anche a te!

  3. Mirco Zurlo

    In Italia abbiamo visto anche casi “incredibili” come questo:
    http://ilgarantista.it/2014/11/07/gulotta-22-anni-in-carcere-da-innocente-per-un-crimine-di-stato/

    …ma nel tanto glorificato sistema della giustizia americana è successo forse di peggio:
    http://www.nanopress.it/mondo/2014/11/21/ricky-jackson-e-innocente-scarcerato-dopo-39-anni-di-detenzione-per-omicidio/38601/

    “E’ innocente Ricky Jackson, non ha mai commesso quell’omicidio nel 1975, quando aveva solo diciotto anni, eppure per ben 39 anni è stato a marcire in una prigione dell’Ohio, negli Stati Uniti. Si è salvato da una pena di morte certa solamente per un caso, perché il suo Stato ha temporaneamente sospeso le esecuzioni capitali negli anni Settanta.
    […]
    L’uomo era stato condannato, assieme ad altre due persone, per l’assassinio di Harold Franks, commesso di ‘money order’ di Cleveland.
    Ad accusarlo fu Eddie Vernone, un bambino di 12 anni che testimoniò di essere stato presente all’aggressione.
    L’unico testimone era pure ritenuto da molti non plausibile.
    In mano agli inquirenti non c’era nessun tipo di prova, nessun altro indizio, nessun elemento che potesse far pensare al diciottenne Ricky Jackson. Tranne, forse un unico particolare: è un afro-americano. Fu comunque condannato alla pena di morte…”.

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