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12/12/2016: in ricordo di Piazza Fontana

Sono quarantasette gli anni che ci uniscono al ricordo di Piazza Fontana, della strage architettata dai servizi segreti deviati dello Stato contro lo Stato e la sua democrazia costituzionale, e portato a termine dai criminali neofascisti al loro servizio.

anpi[1]Quarantasette anni e nemmeno un colpevole, uno straccio di verità, un qualcosa di più di ipotesi, o di certezze provate e celate, solo i poveri Pino Pinelli e Pietro Valpreda, ciascuno con la sua storia triste, ciascuno con il suo scontrino del conto pagato alla cassa dello Stato deviato, violentato dai lungimiranti anticomunisti che hanno temuto che i lavoratori potessero davvero diventare classe dirigente di una repubblica, ahiloro, antifascista. E si avviò, quarantasette anni fa, la strategia poi detta “della tensione”, che via via si perfezionò fino a Gladio, passando per le bande chiodate, le maggioranze silenziose, le trame nere onnipresenti, il golpe Borghese e tutto l’armamentario ellenico-franchista a monito di chi volesse tentare qualsiasi strada di partecipazione, in quegli anni giunta a livelli insopportabili per chi invece sosteneva (e sostiene) che si debba solo credere, obbedire, combattere per il capo.

Chi se ne ricorda oggi? Chi si attarda a cercare di capire se esistano nel presente elementi di preoccupazione per eventualità autocratiche (ovviamente aggiornate nei metodi e nelle forme) che magari nuotano e si nutrono nel mare melmoso dello squallore politico e nelle sue contraddizioni dopo l’espulsione dei cittadini dalla pratica della cittadinanza?

Parlare di antifascismo oggi produce, quando va bene, l’effetto di interessare solo gli appassionati di storia, sembra che si tratti solo di attività di ricerca volta a produrre un film romanticheggiante o una mostra di reperti dell’orrore, senza però alcun effetto pratico per l’oggi, ormai adulto e fuori dalla diatriba destra-sinistra, dittatura-democrazia, in definitiva capitale-lavoro.

Anche perché, da quanto si sente da interviste di dirigenti politici di ogni orientamento “il lavoro tradizionale non esiste più” e sembrerebbe che tutti vivano, sia pure con qualche insoddisfazione, di telelavoro, di attività manageriali, di e-commerce e altre amenità, che non sono inquadrabili nei concetti classici di “lavoro”. Non c’è più alcuna falce né alcun martello da portare in giro, quindi, dicono costoro, gettando discredito sulla Carta descrivendola truffaldinamente come figlia di una concezione bolscevica della società (J.P. Morgan per tutti).

Da ciò si previene al raffinato concetto che la Costituzione sarebbe scaduta, dato che, come dice persino chi ne difende l’impianto ed il portato, essa non è mai stata realmente applicata. E allora, si dice, perché tenerla in vita? Meglio una discreta eutanasia, meglio cioè la sua dipartita felice e dolce, senza strappi epocali, ma con riforme in grado di sterilizzarla, aumentando le dosi ad ogni somministrazione, fino a giungere alla sua eliminazione, tanto a quel punto nessuno piangerebbe più, visto che nemmeno se la ricorderebbero.

Ma che c’entra tutto questo con la bomba di quarantasette anni fa? C’entra, c’entra parecchio. C’entra perché il lavoro, che ha perso la sua importanza nel sistema economico finanzia rizzato, non è più in grado di costruire egemonia, c‘entra perché quella Costituzione ne subisce le conseguenze, e se allora come per settant’anni ci ha consentito di respingere a prezzo di immensi sacrifici e perdite ogni attacco che è venuto alla nostra sovranità ed alla nostra dignità di lavoratori e di cittadini, oggi rischia seriamente di non esserne più capace, di non essere ancora lo strumento che protegge dagli autoritarismi, semplicemente perché essa poggia sulla partecipazione e sulla responsabilità dei cittadini, ed oggi queste sono fuori dall’orizzonte degli interessi che governano il Paese.

Quarantasette anni passati invano? Siamo certi di no; ma ad un patto. La lezione del referendum costituzionale appena celebrato, al di là e al di sopra di qualsiasi posizione espressa dai singoli elettori e comprendendo tutto il corpo elettorale che ha partecipato ed i cittadini che si sono impegnati nella campagna anche solo partecipando alle assemblee per ascoltare, lascia una lezione certa, per chiunque abbia orecchie ed occhi non inquinati da logiche da stadio: quando i cittadini possono partecipare e non solo delegare, la politica non ripugna loro, non sfuggono ai loro doveri, né abdicano ai loro diritti. Può darsi che a volte compiano errori, non essendo più dotati di luoghi di discussione e di costruzione delle scelte, ma tuttavia partecipano. Ciò suggerirebbe a chi si voglia sentire classe dirigente e non ceto politico di chiamare la società all’organizzazione, costruire insieme ad essa strumenti di impegno nuovi quanto vi pare ma orientati alla partecipazione, non alla delega al limite acritica. Ma al momento non vediamo cose di questo tipo muoversi, tutto si rimescola nel brodo degli alchimisti che per forza ideologica vogliono dimostrare l’esistenza di una pietra filosofale in grado di trasformare in oro puro la montagna di immondizia accumulata in decenni di oligarchia e di marginalizzazione della cittadinanza.

Naturalmente speriamo caldamente di sbagliarci, auspicando che il congresso del PD non si riduca ad un giro di propaganda di dirigenti di sé stessi, che le destre arrivino a comprendere che gli slogan ad effetto non sono utili al ragionamento e non risolvono i problemi sul terreno, che i qualunquisti si disintossichino dai fumi dei bagni di folla e si misurino con gli altri, senza presunzioni di purezze che fanno venire in mente più le estasi ed i martirologi che una consapevole assunzione di responsabilità per un progetto di società magari alternativo, che i giornalisti, i sindacati, le Università e tutti i centri di aggregazione e di cultura concorrano virtuosamente a formare concetti di cittadinanza adeguati all’oggi ma non per questo minimalisti o rinunciatari. Ma pur sperandolo, sappiamo che ciò non avviene spontaneamente; quindi non resterebbe che chiamare la classe dirigente del Paese (non solo quella politica, ovviamente) a tornare ad essere laicamente e complessivamente capace di elaborare non ricette semplicistiche per affrontare malamente problemi imminenti, ma idee di società, di umanità e di dignità tali da impegnare tutta la società nella costruzione di un mondo che le appartenga e che essa è disposta a difendere.

Quarantasette anni fa questo fu possibile. Non dimentichiamo nessuna delle contraddizioni, nessuno dei lutti, nessuna delle sconfitte subìte dalla democrazia e dal movimento progressista in quegli anni e dopo, ma nemmeno buttiamo nella pattumiera le conquiste ottenute e le utopie coltivate da quella generazione e dalle successive. Sebbene i padroni del consenso di oggi, gente spesso inquietante non per le idee che ha ma perché quasi del tutto priva di idee, sostengano che certe contrapposizioni siano ciarpame della storia da bruciare o al massimo ammucchiare in soffitta, restiamo dell’idea che battagliare per occupare i posti senza un’idea di società da costruire non faccia altro che proseguire nella distruzione capillare e progressiva di istituti di rappresentanza in grado di realizzare il progetto costituzionale della giovane Carta italiana.

Altrimenti, farà bene chi dimenticherà Piazza Fontana, l’Italicus, Brescia, Bologna, il terrorismo, la mafia, Gladio, la P2, e tutto il sangue innocente versato da giornalisti non allineati, magistrati, operai, studenti e politici di altra statura in settant’anni di difficile vita della nostra democrazia antifascista.

 

Frosinone, 12/12/2016

ANPI – Comitato provinciale di Frosinone.

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