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Quel che non si dice sul femminicidio (parte 3: alle origini del dramma)

Adesso è utile fare un passo indietro e riassumere il senso di quanto detto finora. L’opinione pubblica, sulla scia della drammatizzazione del femminicidio messa in onda quotidianamente dai media, è oramai convinta di vivere in un paese dove è in atto una guerra di genere di molti uomini sulle donne. I dati, fortunatamente, ci dimostrano che non è così: il fenomeno esiste (in Italia meno che altrove), ma non si tratta né di qualcosa di nuovo, né di qualcosa che sta conoscendo un’escalation emergenziale.

I dati però ci danno altro su cui riflettere: ci dicono quello di cui i media non parlano mai. Mentre molti fenomeni di violenza (omicidi criminalità organizzata, furti e rapine, suicidi) subiscono l’influenza determinante dell’ambiente e del momento economico-sociale che il paese vive, la violenza dell’uomo sulla donna è una costante insensibile ai luoghi e ai mutamenti sociali: è presente al nord e al sud del pianeta, nei paesi ricchi e in quelli poveri, nei periodi di prosperità ma anche in quelli di crisi economica, nei paesi cosiddetti civilizzati e in quelli meno. Non è dunque sufficiente (e spesso addirittura fuorviante) cercare l’origine del femminicidio nella cultura dominante, nell’educazione, nell’accresciuta indipendenza e autonomia delle donne, nella misoginia, nei raptus di follia. Alle origini di questo tipo di violenza, a mio parere, c’è qualcos’altro di molto più intimo e personale, qualcosa che esula dal mondo degli altri proprio in quanto l’altro non può essere considerato propriamente un altro. E’ il mondo della penombra dove non c’è amore né odio, dove non c’è gelosia né rispetto; è il mondo della perversità e dell’invidia, del possesso e del controllo, un mondo che nasce quando la diversità non è tollerabile. Le relazioni perverse sono il luogo dove “io sono il tuo unico e solo salvatore”, dove “all’infuori di me per te non ci deve essere salvezza”, dove “non posso vivere senza te”, dove “o sei mia o di nessun’altro”, dove “io e te siamo la stessa cosa”, dove “l’ho fatto per il tuo bene”: è un mondo pericoloso; un mondo dove l’assenza, il rifiuto, la diversità, la lontananza, il distacco sono intollerabili e nemmeno lontanamente pensabili. E’ un mondo dove imperano le relazioni globali del tutt’uno con l’altro, dove regna l’insicurezza che deve essere mascherata. In questi rapporti la relazione può rivelarsi deleteria in quanto diventa spesso un delirio, un perdersi nell’altro in quanto prolungamento del proprio essere. E’ un mondo che prende forma in tempi lontani e con modalità apparentemente innocue ma che condizionano l’intera esistenza di una persona.

madre bambinoI cognitivisti hanno identificato due fasce dove “formattiamo” le modalità delle nostre future relazioni:

– dai primi mesi di vita fino ai 5 anni;

– nell’adolescenza (ma si tratta di una “formattazione” meno determinante della prima).

L’origine primaria va ricercata nel rapporto tra il bambino e chi si prende cura di lui. John Bowlby parla in proposito di attaccamento. I suoi studi hanno dimostrato che i bisogni del bambino nella prima infanzia sono principalmente: essere nutrito, protetto, considerato e accettato.  Il legame che il neonato instaura con la madre o con le altre figure di riferimento, fa parte del bisogno innato di entrare in contatto con gli individui della propria specie. E’ un rapporto fondamentale che condiziona le successive relazioni del soggetto. Bowlby ritiene l’attaccamento “parte integrante del comportamento umano dalla culla alla tomba”. Costituisce “il prototipo della sicurezza interiore per l’intera vita di una persona”. Lo stile di attaccamento che un bambino sviluppa dalla nascita in poi, dipende in grande misura dal modo in cui i genitori, o altre figure parentali, lo trattano. Se il rapporto originario è equilibrato, allora per il bambino sarà possibile disporre di elevati livelli di fiducia, verso se stesso e verso il mondo esterno. Avrà la tranquillità necessaria per mettere in atto comportamenti costruttivi, e per misurarsi con le novità senza lasciarsi travolgere. Sarà più tollerante verso i propri limiti e quelli altrui, potrà sentire di avere bisogni senza vergognarsi. Potrà amare e sarà in grado di farsi amare senza perdersi e confondersi con l’altro o senza sentirsi troppo inadeguato. Sarà in grado di gestire frustrazioni e rabbia senza lasciarsi travolgere.

In caso contrario, il bambino non potrà sviluppare sufficiente sicurezza nei propri mezzi e negli altri e allora sarà costretto a comportarsi in modo evitante, ambivalente o disorientato: è una condanna a dover cercare costantemente conferme e approvazioni del proprio valore fuori di se, per placare quella terribile carenza interiore di autostima, ma è anche una condanna a dover essere perfetti, a non poter ammettere errori e debolezze che risulterebbero intolleranti per una struttura di personalità estremamente rigida e fragile.

ambivalenzaI rapporti madre-figlio/a sono tra i più dolci che esistono, ma sarebbe come vivere in un mondo fatato non tenere in considerazione l’esistenza di rapporti madre-figlio/a ambivalenti, rivelatisi tra i più deleteri e distruttivi. L’ambivalente passa da un eccesso all’altro: troppo presente e troppo assente; troppo apprensivo e troppo menefreghista; da affetto e toglie affetto. E i problemi nei rapporti con la madre, in molti figli, si ritrovano pari pari nei rapporti d’amore.

La psicologia del profondo può darci un contributo importante nel cercare il significato primario delle dinamiche relazionali che possono portare a drammi come il femminicidio. Un’analisi più approfondita sgombra da pregiudizi e dicerie di casi mediatici e non, mi ha condotto alle origini della prima forma di rapporto umano, al momento in cui la madre e il bambino sono un tutt’uno. Racamier chiama questa condizione di quiete e riparo da stimoli interni ed esterni, “unisono simbiotico” e consente la transizione (ma anche una continuità) dal liquido amniotico all’ambiente esterno. Si tratta dei primi mesi di vita del neonato.

A poco a poco, con il trascorrere del tempo, emergono tensioni nella madre e nel bambino, che tendono a destabilizzare tale condizione. Il bambino inizia a rendersi conto di non essere un solo corpo con la madre, si accorge che al di fuori di se esistono altre presenze e un altro mondo oltre al proprio, e così inizia a sperimentare il bisogno, il desiderio, l’aggressività. La rinuncia al possesso totale dell’oggetto, dell’altro, della madre, costituisce un lutto per il neonato (“lutto originario” è l’espressione utilizzata da Racamier). E’ questa la prima esperienza di perdita per l’essere umano, una sorta di cicatrice originaria che abitua in parte, rende possibili, le privazioni future. Il lutto originario è la scoperta dell’incompletezza, della mancanza, del bisogno, della dipendenza, e allo stesso tempo è il fondamento della possibilità di amare l’altro in quanto diverso da noi ma è anche la base della capacità di sopportare il sentimento della perdita, il distacco.

In questa delicata fase, il padre ha un doppio compito: proteggere e delimitare il confine della coppia madre-figlio; contribuire ad una graduale risoluzione dall’unisono simbiotico.

mamma bambinoAffinché possa verificarsi il lutto originario è però necessario che l’unisono simbiotico sia stato vissuto dal bambino e dalla madre con pienezza e felicità, e non sempre ciò accade. Molteplici fattori possono impedire totalmente o in parte (interruzione precoce) l’instaurarsi di quella condizione di quiete caratteristica dei primi mesi di vita del neonato (destabilizzazione ambientale, gravidanza indesiderata, assenza della figura paterna, difficoltà a vivere il ruolo di mamma e più in generale incapacità di vivere in pieno la propria femminilità a causa di un intimo odio verso il mondo maschile).

Ma sperimentare il lutto originario diventa impraticabile anche nella situazione opposta: nell’impossibilità o nella difficoltà di uscire dall’unisono simbiotico. Se alla madre (per una svariata serie di motivi) risulta insopportabile rinunciare alla simbiosi con il proprio figlio, allora ella continuerà a tenere il neonato in un mondo ovattato, soffocante, una campana di vetro in cui ogni bisogno del piccolo verrà sistematicamente soddisfatto in anticipo: non ci sarà spazio per l’attesa, per il desiderio. Una madre può avere la necessità tiranna di continuare a sentire il figlio come una parte fisica e psichica di lei, impedendo ogni intrusione esterna: è il desiderio di continuare a formare insieme (madre + figlio) un unico organismo onnipotente.

Il fallimento del lutto originario equivale per il bambino ad una condanna: la condanna a conservare quella irrealistica sensazione di onnipotenza, a non poter accettare ogni futura rinuncia, ogni mancanza, a non saper gestire l’intervallo tra stimolo e soddisfazione e da adulto, ogni privazione relazionale sarà intollerabile, sarà fonte di una pericolosa e furiosa rabbia. L’impossibilità del primo distacco (lutto originario) creerà una coppia particolare, la coppia madre-figlio che costituirà l’impronta entro cui si muoveranno le successive relazioni significative del figlio, relazioni che saranno incentrate sul controllo e sul possesso dell’altro: sarà l’unico modo che avrà quel bambino divenuto adulto, di instaurare una relazione importante con l’altro. La prima e la più importante formattazione delle relazioni di quel bambino è avvenuta senza la possibilità di saper sperimentare e sopportare il sentimento del lutto e della perdita. E allora la conclusione di qualsiasi “storia d’amore” sarà qualcosa di insopportabile, di ingestibile, equivarrà ad una catastrofe interiore, ad un andare in pezzi con conseguente angoscia di abbandono, sensazioni di annientamento, di non esistere più. Perdere l’altro significa perdere la propria identità, non riconoscersi più, non sapere più chi si è perché queste persone possono sentire di esistere solo nella relazione.

In queste situazioni il passaggio dal pensiero all’azione è breve, e spesso si tratta di azioni violente, di gesti eclatanti, a volte irreparabili. E’ un pensiero perverso, concentrato sull’atto da compiere, che non lascia spazio alla riflessione.

I bambini che non hanno potuto sperimentare il lutto originario, da adulti conservano un enorme, disperato, straripante bisogno di essere riconosciuti, accettati, di essere visti, di essere voluti. Si tratta di un bisogno strutturale, da soddisfare ad ogni costo poiché indispensabile per il mantenimento di quel funzionamento mentale. Ciò che è diverso è sentito come un tradimento, un’ingiustizia e manda in frantumi la loro personalità. Proprio per questo il diverso non deve esistere, in nome dell’amore universale, globale, totale, fusionale. Ogni piccolo segno che lascia emergere la diversità dell’altro provoca ansia, rabbia, scoppi di ira incontrollati.

Ma perché ci sono donne che si lasciano “intrappolare” in questo tipo di relazioni? Sono donne che amano troppo? Perché ci sono persone che più sono trattate male e più si legano all’altro?

 PerversitàBisogna accettare una cruda verità: molte volte, queste “vittime” sono più o meno segretamente complici dei loro “carnefici”. Si lasciano sedurre da uomini che appaiono sicuri di sé, il più delle volte per colmare proprie fragilità: avere la sensazione di aver trovato qualcuno cui potersi affidare completamente è piacevole solo per chi non sa o non può contare su di sé.

In queste donne la relazione avrà un significato soprattutto narcisistico ma paradossale: vorrà dire la possibilità di essere apprezzate, ammirate, desiderate perché perfette per soddisfare i bisogni, la volontà e le aspettative dell’altro, ma ciò comporta una rinuncia ad essere veramente se stesse, a dare voce ai propri bisogni e desideri ed essere amate per la loro vera natura: essere capite resterà la cosa più voluta ma mai raggiunta. Si tratta spesso di un “gioco” a due di potere e dominio dove non c’è spazio per l’amore: troveremo uno che cerca di controllare l’altro spingendolo ad essere perfetto per i propri bisogni; l’altro che cercando di essere perfetto tenta a sua volta di avere il controllo. Ma non sono possibili possessioni totali, per cui questo tipo di relazioni alla lunga tende sempre a deteriorarsi e a degenerare.

Nei tragici casi di violenza sulle donne che ho avuto modo di approfondire, mi è sembrato di trovare molto di queste dinconfineamiche relazionali. Naturalmente le conclusioni a cui giungo non hanno alcuna pretesa di essere esaustive, complete, condivise ma vanno prese per quello che sono: una prospettiva parziale, provvisoria, limitata, modesta, che tenta di dare una, delle molteplici, possibili spiegazioni alle origini del problema femminicidio, distinguendosi dalle solite interpretazioni e da quelle grida allarmiste collettive che fanno tanto rumore ma che dicono poco sulle cause. Il vero obiettivo dell’analisi però, la cosa che più mi preme, non è dare risposte (perché di risposte se ne possono trovate molte altre e senz’altro migliori) ma porre delle domande: mi piacerebbe che non ci si limitasse a guardare quello che accade intorno a noi ma che ci sforzassimo di chiederci perché le cose accadono e perché accadono proprio con quelle modalità. Di domanda in domanda avremo più possibilità di approdare alle risposte che cerchiamo e forse chissà ci accorgeremo che presunti mostri e carnefici, non sono esseri così distanti e incomprensibili ma figli dell’ambigua natura umana che tanto può dare e tanto può togliere.

La prima parte: http://www.lindifferenziato.com/2013/09/20/quel-che-non-si-dice-sul-femminicidio-parte-1/

La seconda parte: http://www.lindifferenziato.com/2013/09/26/quel-che-non-si-dice-sul-femminicidio-parte-2/

Fonti:

L.Rossi – A. Zappalà “Personalità e crimine. Elementi di psicologia criminale”, Carocci, Roma 2005.

R. De Luca, “Donne assassinate”, Newton Compton, Roma 2009.

R. Filippini, “Avventure e sventure del narcismo. Volti, maschere e specchi nel dramma umano”, Laterza, Bari 2006.

P. C. Racamier, “Il genio delle origini”, Cortina, Milano 1993.

J. Bowlby, “Attaccamento e perdita. Vol.1: L’attaccamento alla madre“, Bollati Boringhieri, Torino 1999.

Quel che non si dice sul femminicidio (parte 3: alle origini del dramma)
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"Quando non si conosce la verità di una cosa, è bene che vi sia un errore comune che fissi la mente degli uomini. La malattia principale dell'uomo è la malattia inquieta delle cose che non può conoscere; e per lui è minor male essere nell'errore che in quella curiosità inutile".

2 Commenti

  1. Mirco Zurlo

    “… A casa sua è stata trovata una lettera d’addio in cui si faceva cenno alla fine della relazione d’amore con la ventiseienne. Una lettera di scuse in cui Christian dice alla mamma «Scusa se sono stato un cattivo figlio. Se non posso avere Alexandra la porto via con me»…”. E’ successo stanotte, http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/femminicidio_perugia_omicidio_suicidio/notizie/339794.shtml

  2. Mirco Zurlo

    Lun. 2 dicembre 2013
    Dott.ssa Elisa Caponetti:
    “Studiando le storie di vita di questi autori di reato, si è visto che hanno tutti un tratto comune: sono soggetti non in grado di elaborare e tollerare l’abbandono. La perdita è percepita come troppo minacciosa ed impossibile da tollerare. Nel momento in cui sentono di stare per essere privati, o di perdere, l’oggetto del loro amore, vanno immediatamente in tilt. In loro, il confine Io-TU, non c’è. L’altro è di propria appartenenza. Esiste soltanto un Noi. Le cause di tutto ciò, devono essere ricercate nello sviluppo delle primissime relazioni interpersonali, ovvero nel rapporto del bambino con le proprie figure di accudimento. Già in quelle prime fasi di sviluppo, c’è qualcosa di alterato. E così, ci sono emozioni e desideri irrisolti, già a partire dalla prima infanzia. L’abbandono attuale, riapre una vecchia ferita, perdere il partner presente equivale a riaprire un antico dolore ma anche perdere una parte fondamentale di sé”.
    http://www.nottecriminale.it/noc/index.php?option=com_k2&view=item&id=798%3Aidentikit-dello-stalker#

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